Sembra sia la cosa più facile, e quindi perfino un po’ crudele, come sparare sulla Croce Rossa. Delle tante prerogative dell’ineffabile Mark Rutte, segretario generale della Nato, la sua fantozziana devozione a Donald Trump lascia basiti anche gli estimatori (pochi, per la verità) del personaggio. Occorre anche dire che l’ex premier olandese fa di tutto per dare quest’immagine di sé, persino troppo. Tanto che viene il dubbio: ma è l’adulazione figlia di un’indole compiacente di natura oppure dietro quei modi affettati e servili c’è del calcolo?

Quel daddy sussurrato all’Aja e i messaggini resi pubblici

Il contesto, certo, è molto imbarazzante: sms al suo idolo d’oltreoceano in maiuscolo dove gli annuncia che l’Europa pagherà in modo GIGANTESCO, e sarà una sua vittoria, quel daddy, papino, sussurrato all’Aja mentre l’inquilino della Casa Bianca liquidava la guerra tra Israele e Iran come una rissa da cortile, il messaggio chiuso con un «non vedo l’ora di vederti, tuo Mark» che Trump si è premurato di rendere pubblico col sadico intento di sputtanarlo.

Ma fermarsi al ridicolo sarebbe un errore di valutazione. Perché Fantozzi era una vittima dell’amministratore delegato. Rutte invece è l’amministratore delegato. La differenza non è da poco. Nella testa dell’olandese la Nato è una società per azioni, e in questa società c’è un socio di maggioranza che detiene un pacchetto così schiacciante da poter chiudere baracca quando vuole. Gli altri 31 sono soci di minoranza con al massimo il diritto di lamentela e nient’altro. Rutte questo lo ha capito prima e meglio di ogni suo predecessore: per conservare la poltrona di ad non deve amministrare l’azienda a vantaggio di tutti i soci, ma compiacerne uno solo.