Bernard-Henri Lévy è una delle firme più riconoscibili della filosofia e della politologia contemporanee.

Antimarxista convinto, difensore irriducibile delle liberaldemocrazie, qualcuno lo ha definito “interventista umanitario”, qualsiasi cosa voglia dire.

Bernard-Henri Lévy parla come spesso scrive: per frasi nette, giudizi taglienti, opposizioni morali molto marcate.

Lo abbiamo incontrato al Taobuk di Taormina e in questa intervista il filosofo francese attraversa alcuni dei grandi fronti della crisi contemporanea — Israele e Gaza, l’antisemitismo europeo, l’Ucraina, Putin, Trump, il ritorno degli estremismi — tenendo insieme difesa dell’Occidente democratico e critica dei suoi cedimenti.

Il risultato è una conversazione senza zone grigie, a tratti discutibile proprio per la sua durezza, ma utile per capire uno sguardo che continua a leggere la politica internazionale come uno scontro tra democrazie fragili e quelle che lui interpreta come nuove forme di barbarie.