Sostiene Paolo Gentiloni su Repubblica - sintetizzo con parole mie - che la trattativa di pace tra Russia e Ucraina stia andando piuttosto male. Ce n’eravamo accorti da soli, direte giustamente voi. Sostiene ancora Gentiloni che Vladimir Putin abbia ricavato un gran vantaggio di immagine dal recente summit di Anchorage. E - di nuovo non occorreva un genio per constatarlo. Peraltro, non si ricordano circostanze passate in cui Gentiloni, nella sua vita precedente di ministro, di premier e di commissario europeo, abbia rifilato due sganassoni al presidente russo né ad altri autocrati.
Sostiene infine Gentiloni (continuo a riassumere liberamente, ma non infedelmente) che lo stato attuale delle relazioni transatlantiche non sia brillante, e - parole sue che verso Trump non servano “arti adulatorie”. E pure qui non si capisce bene cosa si attendesse l’editorialista di Rep: forse che qualcuno dei leader europei, l’altra settimana alla Casa Bianca, desse un paio di schiaffi a Trump o lo sculacciasse in mondovisione? Insomma, siamo al solito antitrumpismo prêt-à-porter.
E già potremmo chiuderla qui, nel senso che, davanti a partite geopolitiche di eccezionale difficoltà, di tutto si sente il bisogno tranne che di meri “descrittori” di problemi. Servirebbero - se non soluzioni - per lo meno idee, percorsi, qualcosa di diverso dalla pura enunciazione delle difficoltà esistenti. Per fotografare i guai del presente, siamo buoni tutti. E allora ecco le cinque cose che proprio non tornano nell’omelia gentiloniana.






