Non fatevi distrarre dai bollori dell’affaire-Minetti, quello è intrattenimento, richiamo della foresta dell’antiberlusconismo, forse residua nicchia di mercato. Il vero pezzo “di linea” sul Fatto Quotidiano di ieri, quasi un manifesto politico-editoriale, era l’intervista a tutta pagina a Vladimir Solovyev, solennemente annunciato nell’occhiellone come «La voce di Putin». Cioè di colui che ha riportato dopo decenni la guerra nel cuore fisico e politico dell’Europa, e che spedisce gli oppositori in quella particolare variante dei villaggi-vacanze che sono i gulag artici, ma non vogliamo rovinare la festa con fastidiosi dettagli. Stiamo al punto: anzitutto, il primo amplificatore mediatico del verbo del Cremlino («istrionico e marpione», ci fa sapere l’intervistatore Stefano Citati, in pratica una simpatica canaglia che un paio di volte a settimana minaccia in tivù di nuclearizzare il Vecchio Continente) tiene a chiarire che non si «deve scusare» con la premier.
Durante il programma che tiene su Russia 1 da «animale televisivo», come da didascalia del Fatto (a ciascun lettore la possibilità di dirimere se per la pregnanza dell’epiteto pesi più il sostantivo o l’aggettivo), Solovyev aveva rivolto le seguenti, continenti, critiche politiche: «Vergogna della razza umana, idiota patentata, bestia, Giorgia putta...Meloni, brutta donnuccia, cattiva». Non si ravvisano in effetti toni insultanti, tanto che il cronista travagliato passa agevolmente oltre, non facendo un plissé nemmeno di fronte alla spiegazione dadaista, acrobatica, col linguaggio stilnovista dell’intervistato potremmo dire da “presa per il culo”, di quel “Putta”. «Se ci si riferisce alla parola in spagnolo, o in italiano, vuol dire una cosa; se invece si considera la lingua russa, putta è in realtà putanitsa, che significa “confusione”, non sapere di quel che si parla».






