“L’articolo da Herat sta richiedendo più tempo del solito. Siamo riuscite a rintracciare una delle ragazze arrestate all’inizio di giugno in città, dove abbiamo una reporter molto brava, giovane e determinata. Verificare le informazioni è difficile, perché nessuno si fida di nessuno: la gente ha paura di parlare, teme le delazioni. Ma per noi l’accuratezza conta più della velocità”.

Farahnaz Forotan mi parla dal suo appartamento a Washington, dove vive dopo che nel novembre 2020 ha dovuto lasciare in fretta il suo paese, l’Afghanistan, perché minacciata dai taliban. Allora il comitato per la sicurezza dei giornalisti afgani aveva saputo dai servizi segreti stranieri che Forotan, forse il volto più noto dell’informazione del paese, era sulla loro lista nera.

L’articolo a cui si riferisce è sulle donne arrestate a Herat per violazione delle regole sull’abbigliamento da pubblicare su Kaaj Magazine, il giornale dedicato all’Afghanistan che ha fondato meno di un anno fa e che si avvale del lavoro clandestino di reporter sul campo, soprattutto donne, tutte giovani .

“È stata una delle prime a essere fermate dai taliban, era terrorizzata e traumatizzata, ma la mia collega è riuscita a parlare con lei e con altre donne che hanno assistito agli arresti in diverse parti di Herat”, racconta Forotan. “L’editor (Halima Kazem, arrivata negli Stati Uniti quarant’anni fa con i genitori e oggi docente all’università di Stanford, dove si occupa di femminismo, questioni di genere e sessualità, guida anche l’advisory group di Kaaj) sta facendo gli ultimi ritocchi”.