Come ha annunciato con soddisfazione per l’operato del proprio governo la presidente del consiglio, il decreto lavoro del 1°maggio è stato definitivamente trasformato in legge. Contiene una serie di incentivi per l’assunzione di giovani e donne svantaggiate, maggiorati se nelle aree svantaggiate, una regolamentazione un po’ più stringente del lavoro tramite piattaforma, norme sul, molto parziale (il 50% della variazione dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, al netto dei beni energetici importati), adeguamento salariale automatico nei casi di contratti scaduti da nove mesi e non rinnovati. Ma il provvedimento simbolicamente più importante è quello sul “salario giusto”, in esplicita contrapposizione al salario minimo legale a suo tempo proposto dall’opposizione unita e bocciato dalla maggioranza con la benedizione della presidente del consiglio. La differenza non è solo lessicale ed ha conseguenze inevitabili sul contrasto al lavoro povero. Un salario minimo legale, infatti, identifica una soglia (9 euro lordi nell’indicazione dei proponenti) al di sotto della quale non si può andare, un criterio minimo di adeguatezza al dettato costituzionale secondo cui deve non solo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato, ma anche garantire una vita libera e dignitosa a sé e alla propria famiglia. Senza indebolire il potere contrattuale dei sindacati di negoziare condizioni migliori, costituisce, nei paesi in cui esiste, il punto di partenza da cui non si può prescindere.