Massimo Raffaeli è uno dei critici militanti che, indipendentemente dall’argomento trattato, riesce a trasmettere al lettore il trasporto di cui è permeata la sua ricerca. Dopo la pubblicazione di Céline e altri francesi e Marca francese, rispettivamente del 1999 e del 2019, è ora la volta di Canaglie e altro ’900 (Letture francesi, 2018-2025) (Raffaelli Editore, pp. 232, euro 18) che suggella questa trilogia dedicata alla letteratura transalpina concernente perlopiù figure operanti al di fuori del canone consolidato (si ricordi, tra l’altro, la sua pregressa vicenda di traduttore, comprendente importanti titoli di Céline, Crevel, Artaud, Péret, Genet, ma anche di ottimo divulgatore per conto di «Wikiradio», storica trasmissione di Rai 3). In quest’ultimo lavoro vengono raccolti contributi di taglio eterogeneo legati alla sua attività di francesista: dalle recensioni per quotidiani e pagine culturali, tra cui «Alias» e «Il Venerdì», alle svariate note critiche realizzate per volumi di autori francofoni.

NELLA PREMESSA, lo stesso Raffaeli parla, a tal proposito, di «esiti di un autodidatta», soffermandosi sui suoi specifici interessi per quella che il critico belga Pol Vandromme, interprete di Céline e Drieu, ha definito la droite buissonnière, riconducibile a quell’area di scrittori che, più o meno scopertamente, operarono nell’orbita di adesione al regime nazista durante il periodo di Vichy. La cosiddetta «intelligenza con il nemico», per la quale molti di loro vennero condannati, presuppone un elenco lungo e dettagliato, comprendente nomi eccellenti come quelli di Brasillach, Drieu La Rochelle, Montherlant, Rebatet, ma soprattutto di Louis-Ferdinand Céline, a proposito del quale il critico marchigiano si è speso a più riprese (si pensi, per esempio, alla curatela del Mio Céline di Robert Poulet, uscito per Sestante nel 1992 o alla nota critica di Pantomima per un’altra volta e Normance, tradotti da Giuseppe Guglielmi, allestita per la ristampa einaudiana del 2020 e qui riportata).