Non è più soltanto una sofisticata partita a scacchi sulla scacchiera mediorientale: il negoziato sul nucleare iraniano è diventato la vera "prova del fuoco" per J.D. Vance. Secondo un’analisi del Washington Post, il dossier più delicato e rischioso dell’amministrazione americana ha il potenziale di «fare o disfare» il futuro politico del vicepresidente, saldando il suo destino alla riuscita di un accordo estremamente arduo.
Il 17 giugno 2026, la firma del Memorandum of Understanding a Versailles ha aperto una finestra negoziale di appena 60 giorni. In questo breve lasso di tempo, Vance è stato investito del ruolo di referente politico dell’operazione, l’uomo incaricato di trasformare gli annunci in risultati tangibili e verificabili.
Tuttavia, come osserva il Washington Post, questa vetrina straordinaria lo espone al centro dei riflettori, costringendolo a muoversi in un fuoco incrociato per soddisfare tre platee dalle istanze difficilmente conciliabili. Il primo pubblico è Donald Trump, che pretende una vittoria diplomatica da esibire, sintetizzabile nel disinnesco della minaccia atomica iraniana e nella tutela della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Il secondo, ben più insidioso, è composto dai conservatori e dalla base repubblicana: segnati dal ricordo del Jcpoa del 2015 dell’era Obama, i "falchi" guardano con profonda diffidenza a qualunque concessione verso Teheran, pronti a denunciare una resa in nome dell’appeasement. Infine, ci sono gli elettori moderati che Vance deve trattenere in ottica elettorale: cittadini pragmatici che chiedono soprattutto di evitare una nuova e logorante guerra americana e di mantenere bassi i prezzi dell’energia.















