Il protagonista chiave nella partita diplomatica sulla guerra in Iran è un nome inaspettato, anzi finora parso emarginato: il vice presidente JD Vance. Un ruolo dovuto non ad aggressive ambizioni internazionali, piuttosto a credenziali opposte, di scettico degli interventi americani all’estero, vocale paladino di un conservatorismo Maga radicale ma più isolazionista.
È stato Trump a dar improvvisamente conto del ritorno del 41enne Vance sotto i riflettori. Elencando i suoi emissari sull’Iran lo ha citato accanto al falco neocon redux Marco Rubio e agli inviati personali, il genero Jared Kushner e l’amico Steve Witkoff. Menzione tanto più significativa perché Trump ha riconosciuto il minor «entusiasmo» di Vance per l’attacco a Teheran.
Vance, veterano della guerra in Iraq e da sempre scettico di azioni militari in Iran considerate rischiose, costose e non nell’interesse nazionale, avrebbe sollevato le sue obiezioni durante meeting alla Casa Bianca. Queste oggi trovano eco davanti alle difficoltà impreviste, dall’amministrazione e da un Pentagono epurato, per trovare vie d’uscita e limitare l’impatto economico del conflitto. Allo stesso tempo Vance è stato accorto nel rimanere nelle grazie del presidente, offrendo prove pubbliche di fedeltà durante l’operazione: «Trump non porterà gli Usa in anni di guerre, senza fine né obiettivi chiari», presentando la distruzione delle capacità nucleari iraniane come esito circoscritto.






