Come dice Elio Borgonovi bisogna avere il coraggio di avviare un dibattito serio sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale (Ssn) che, in una società che invecchia e non cresce, non può coprire tutto. Se non lo si fa è perché c’è un timore latente di essere accusati di favorire i privati. Ma se si rimuove il problema, come sta avvenendo, si lascia colpevolmente ancora più spazio all’iniziativa privata che sfrutta - a volte disinvoltamente - l’equivoco di una sanità pubblica apparentemente universale ma che nei fatti soddisfa solo una parte dei bisogni. Oggi il Ssn copre appena il 49 per cento delle visite ambulatoriali, il 65 per cento della diagnostica ambulatoriale e della spesa farmaceutica, il 30 per cento delle cure ai pazienti psichiatrici, il 30 per cento dell’assistenza a bambini disabili. Se si continua a promettere ciò che non si può mantenere si aggravano le disuguaglianze attraverso un «razionamento implicito» dei servizi, che favorisce i soggetti socialmente più forti e competenti nel navigare la contraddizioni del Ssn. Se il Ssn copre solo il 49 per cento delle visite ambulatoriali consumate a chi diamo priorità? In assenza di queste risposte, sono avvantaggiate le famiglie a maggiore reddito e scolarità, che meglio riescono a sfruttare le contraddizioni del Ssn. Sono già 5,8 milioni gli italiani che nel 2024 hanno rinunciato a farsi curare. Il 40,5 per cento della popolazione ha almeno una malattia cronica, gestita prevalentemente in regime ambulatoriale e consumano il 75 per cento delle risorse del Ssn. La malattia cronica inizia in media a 55 anni e dura 28 anni, con una debole aderenza alle terapie prescritte (50 per cento di farmaci non assunti). Domani verranno presentate le proposte per un nuovo Ssn. La novità, anche politica, è che saranno gli accademici di 14dieci atenei italiani a discuterne (tra di essi Politecnico Milano, Tor Vergata, Cattolica, Sant’Anna Pisa.) . «La coperta è corta - spiega Francesco Longo - il sistema è troppo sbilanciato sugli acuti e trascura la prevenzione, è fragile sulle cronicità e largamente inadeguato per gli anziani non autosufficienti. Se non si creano le condizioni per renderlo più equo, produttivo ed efficiente, si allarga il divario tra diritti formalmente garantiti e realmente esigibili». Rafforza il ragionamento Federico Spandonaro (Crea Tor Vergata): «Se i Lea, i livelli essenziali di assistenza, sono definiti in maniera incoerente ai finanziamenti messi a disposizione del Ssn si determinano gravi variabilità nei tassi di copertura di quelli che dovrebbero essere diritti esigibili e si dispendono le risorse che non possono aumentare all’infinito». Diamoci dunque delle priorità, in modo che per i servizi essenziali la risposta sia garantita in tempi ragionevoli. E per il resto convenzioni e regole per i privati a pagamento (50 miliardi all’anno) a costi trasparenti e abbordabili, tutelando i cittadini affinché nessuno venda loro prestazioni inutili o ridondanti con quanto offerto dal Ssn. Oggi il Ssn copre solo il 49 per cento delle visite ambulatoriali, il 65 per cento della diagnostica e della spesa farmaceutica, il 30 per cento delle cure ai pazienti psichiatrici, il 30 per cento dell’assistenza a bambini disabili. La proposta di un approccio One health mira a «posticipare l’insorgere delle malattie o a ridurne la gravità investendo soprattutto sulle determinanti di salute e sulla prevenzione primaria». Bisogna individuare per tempo le cause delle malattie (qualità dell’aria, del cibo, stili di vita, ecc.) i bisogni sociosanitari per intervenire a monte, soddisfarli meglio e a costi inferiori. Per fare questo va cambiata totalmente la governance del sistema, dedicando specifiche istituzioni al governo e all’indirizzo delle politiche rilevanti per le determinanti di salute ovvero delle cause delle malattie; altre al governo della produzione del Ssn; altre alla regolazione della spesa privata a tutela dei cittadini e del Ssn realizzando migliori sinergie ed eliminando le troppe ridondanze che favoriscono dannose rendite di posizione dei privati. Necessario un testo unico sulle norme sanitarie. Indispensabile un fondo unico sulla non autosufficienza (Long term care) che ricomponga le risorse oggi disperse tra vari enti. Il fondo potrebbe essere gestito dalle aziende sanitarie in collaborazione con i comuni, sfruttando la coincidenza geografica tra distretti sanitari e ambiti sociali. «Il top management della Sanità - conclude Milena Vainieri - deve assolutamente diventare un corpo professionale selezionato a livello nazionale, fuori da logiche troppo locali, diffondendo le migliori pratiche e incentivando i più capaci a spendere qualche stagione nei contesti più difficile e problematici». E già qui si intravvede una delle tante difficoltà politiche che un coraggioso progetto di riforma può incontrare. Auguri.