Il valore della cura, l’importanza di puntare sui professionisti della sanità, la necessità di adattare il nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) alle mutate condizioni socio-demografiche che caratterizzano oggi l’Italia rispetto a quando fu istituito, nel 1978. Nei giorni scorsi la Federazione nazionale dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) ha messo a confronto tanti protagonisti del mondo medico, politico-istituzionale e sindacale nel convegno “Il lavoro dei medici nell’Italia custodita dalla cura”. «Quasi cinquant’anni fa – ha sottolineato il presidente Fnomceo, Filippo Anelli – la Repubblica promise agli italiani che nessuno sarebbe stato lasciato solo davanti alla malattia. Quella promessa continua a vivere, ogni giorno, nel lavoro silenzioso dei medici. Finché ci sarà un medico disposto a prendersi cura di una persona, quella promessa continuerà a vivere».«La sanità sta attraversando in tutto il mondo una fase di grandi cambiamenti – ha detto nel suo messaggio video il ministro della Salute, Orazio Schillaci –. Sfide importanti che possiamo affrontare solo valorizzando il capitale più prezioso del Ssn: i suoi professionisti». E rivendicando i risultati dell’azione di governo, ha sottolineato: «Abbiamo lavorato con costanza per rafforzare il Ssn con interventi pensati per aumentare la capacità di risposta del sistema, migliorare l’accesso alle cure, valorizzare i professionisti, rendere più attrattive le carriere sanitarie. L’abbiamo fatto anche grazie al confronto forte e costruttivo con tutti i medici e le loro rappresentanze».Il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani ha lodato il recente accordo per far lavorare i medici di medicina generale nelle Case di comunità, salvaguardando il rapporto professionale di convenzione: «Siamo il Paese delle libere professioni. Io non credo nel medico obbligatoriamente dipendente del servizio pubblico, mi pare una cosa da Paese del socialismo reale».Da parte sua il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ha sottolineato che occorre attualizzare ai nostri tempi la straordinaria intuizione di Tina Anselmi che portò all’istituzione del Ssn nel 1978 investendo in prevenzione: mezzo miliardo in più quest’anno, con l’aggiunta – ha specificato – di altri nove screening neonatali, che portano il totale a 49 mentre altri Paesi come la Francia ne hanno otto. Ripetendo poi che il governo ha incrementato i fondi per la sanità, «confermando il finanziamento dell’epoca Covid e aggiungendo 17 miliardi negli ultimi tre anni». Gemmato ha ammesso che il problema delle liste d’attesa non è risolto, però ha detto che l’esecutivo l’ha affrontato in maniera sistematica, anche se alcune regioni performano peggio e altre meglio, e tra queste ultime ha messo il Lazio, che ha molto recuperato con i suoi modelli organizzativi.E proprio il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca (fautore della dipendenza dal Ssn dei medici di medicina generale), è tornato a chiedere una riforma nell’organizzazione del lavoro: «Credo profondamente nella libertà di scelta del cittadino rispetto al suo medico di medicina generale», ma ha ribadito la necessità di «una riforma per non restare fermi a 50 anni fa e non una soluzione palliativa. Che riguardi anche i medici ospedalieri, perché i problemi sono evidenti se a un concorso per 20 medici di emergenza urgenza non giungono candidature». E ha riportato un altro dato critico: «I gastroenterologi mi segnalano che in endoscopia registrano il 40% di richieste inappropriate. Non ci si può lamentare se poi magari troviamo soluzioni estemporanee, calate dall’alto, che vengono vissute male». E ha concluso che «i problemi come quello della medicina territoriale possono essere risolti solo attraverso il dialogo».Alla collaborazione ha chiamato anche Angelo Tanese, direttore generale di Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali): «È nell’esperienza di tutti che nessuno ce la fa da solo, e senza la sanità digitale non c'è nessuna possibilità né di abbattimento di liste d'attesa né di efficacia delle Case della comunità né di dare una risposta adeguata ai bisogni di salute delle persone». E ha aggiunto: «Senza come dire nuovi modelli organizzativi continueremo a fare i capponi di Renzo: tutti hanno ragione, ma la forza sta nell’unione». Lo stesso nel rapporto con le Regioni: «Dialoghiamo per dire che il compito dell’amministrazione centrale non è controllare, ma costruire insieme un sistema dove tutti vanno nella stessa direzione». Tanese ha puntualizzato che occorre superare il gap che si è creato una trentina di anni fa quando con l’aziendalizzazione si è trasmesso il messaggio che la sanità dipenda da un pareggio di bilancio: «Abbiamo sbagliato nel credere che i professionisti siano al servizio dell’organizzazione, quando invece l'organizzazione e i professionisti sono la stessa cosa. Oggi per fare il buon medico c'è bisogno, dietro, di un servizio sanitario molto forte». Quindi servono non solo ottimi medici, ma anche altri professionisti, dagli ingegneri ai tecnici, ai manager: «E le liste d’attesa non sono solo un problema di domanda e offerta, ma anche del margine di inappropriatezza del 30%, che troviamo, forse per un dato di sistema». In questo senso l’Ia serve non solo a eliminare burocrazie, ma anche a un confronto tra milioni di ricette per fare meglio le prescrizioni e avviare il percorso successivo, con una presa in carico che riduca le liste d’attesa. «Dobbiamo trasmettere l’idea, ai cittadini, ma anche ai medici che hanno la passione del loro lavoro, che nel nuovo Servizio sanitario i professionisti sono al centro di un sistema che agisce come tale. Non confondiamoli con l’idea che il Ssn sia allo sbando: è molto più forte di quel che crediamo. La nostra responsabilità è dimostrare coi fatti che riusciamo a realizzare questo nuovo sistema».Quanto alla proposta della Carta di Roma, lanciata da Fnomceo per proporre all’Unione Europea di escludere gli investimenti in salute dal Patto di stabilità, è stato Paolo Gentiloni, ex commissario europeo, a esprimere perplessità: «Una deroga alle regole del Patto di stabilità per quanto riguarda la spesa sanitaria non è una proposta facile da far arrivare al traguardo. In ogni caso si tratta sempre di fare debito. Dal mio punto di vista sarebbe più interessante avere finanziamenti comuni su elementi che dobbiamo proteggere in comune», sfruttando anche gli Eurobond per alcuni importanti progetti in materia sanitaria.Al tema dell’Ia si è dedicato il vescovo Renzo Pegoraro (presidente della Pontificia Accademia per la Vita), medico per formazione, puntualizzando che si sta usando una metafora imprecisa: «È solo un potentissima capacità di calcolo con altissima probabilità statistica, ma l'intelligenza umana è un'altra cosa, perché la macchina non ha coscienza e non è neanche intelligente». Riscontrato che l’Ia è già presente nella in sanità suggerendo diagnosi e consigliando farmaci, Pegoraro ha posto sul tappeto i problemi noti e più scottanti: «Bene se si riduce il carico amministrativo, ma non bisogna compromettere la decisione clinica né l’equità dell’accesso. E c’è il rischio di una de-responsabilizzazione morale e cognitiva. In più il tempo risparmiato non è automatico che vada a beneficio del paziente».Nella pratica medica, ha aggiunto Pegoraro, resta una certa opacità sistemica, perché la ragioni della raccomandazioni dell’Ia non sono sempre chiare, e nulla include gli aspetti emotivi e morali del paziente, e degli operatori coinvolti: «L’Ia deve analizzare tutta la documentazione, gli esami, ma non può fare l’anamnesi: qualsiasi medico sa porre domande che l'intelligenza artificiale non farà mai senza un'ipotesi diagnostica». Ricordando che anche papa Leone XIV, nella recente Enciclica di Magnifica humanitas, ha puntualizzato che «non possiamo considerare l’Ia moralmente neutra, ma porta con sé le scelte di chi l’ha costruita».Servono quindi, ha concluso Pegoraro, molta più informazione, molta più partecipazione per non subire passivamente i processi e una definizione della posizione del medico: «Io prediligo il modello Var nel calcio: prima c’è l’uomo, poi la macchina, ma infine la decisione spetta all’uomo, che resta responsabile del giudizio clinico». Infatti «la medicina non è solo una scienza o una tecnica, ma una profonda relazione umana di cura, anche quando ogni tecnologia è inutile. Dobbiamo essere in grado di governare l'intelligenza artificiale» ha concluso.A fine giornata, il presidente Anelli ha ribadito che il punto nodale è «affrontare la questione medica, che noi abbiamo posto all’indomani del Covid, quando con il Pnrr fu finanziata la sanità, ma non i professionisti». E per ridare attrattivi al lavoro dei medici, ha puntualizzato che «la cura è qualcosa di più di una prestazione, implica una relazione dove i due fattori importanti sono la fiducia e il tempo, che invece non sono valorizzati nei contratti di lavoro e nelle organizzazioni. Anche i medici hanno bisogno di essere curati».
La sanità cerca nuovi equilibri in una società che si trasforma
Tanese (Agenas): il Ssn non è allo sbando, ma occorrono riforme. Rocca (Regione Lazio): non si può restare fermi a 50 anni fa. Il vescovo Pegoraro: l'IA non è neutra, va governata. Anelli (Fnomceo): affrontare la questione medica








