Le politiche sanitarie messe in atto negli ultimi anni stanno portando a un progressivo smantellamento del Servizio sanitario pubblico, finendo per favorire gli interessi del settore privato. Di riforme strutturali non se ne parla e le risorse per la salute pubblica, checché se ne dica, sono sempre meno. Se è vero che il Fondo sanitario nazionale è aumentato in termini assoluti (+11,1 miliardi di euro nel triennio 2023-2025), la sua percentuale sul Pil è diminuita fino al 6,1% del 2024. Un definanziamento che, complice l’erosione dovuta all’inflazione, equivale a una perdita di 13,1 miliardi di euro in tre anni. Così è sempre più difficile erogare i servizi a tutti. Le liste d’attesa si allungano, i carichi di lavoro del personale sanitario peggiorano e i pronto soccorso, frontiera della sanità pubblica, soffrono di una pressione costante. Ed è in queste difficoltà del Ssn che si inserisce il libero mercato: la spesa delle famiglie per il “privato puro” è esplosa dal 2016, con un +137%. Il risultato è che chi non può permetterselo, non si cura, compromettendo l’universalismo del sistema: nel 2024, un italiano su dieci ha rinunciato a prestazioni sanitarie per motivi economici.
È quanto emerge dal rapporto annuale diffuso dalla Fondazione Gimbe, l’8° pubblicato dall’organizzazione presieduta da Nino Cartabellotta. “Siamo testimoni di un lento ma inesorabile smantellamento del Ssn, che spiana inevitabilmente la strada a interessi privati di ogni forma – commenta il presidente di Gimbe -. Continuare a distogliere lo sguardo significa condannare milioni di persone a rinunciare al diritto alla salute. Aumentano le disuguaglianze, le famiglie sono schiacciate da spese insostenibili e il personale sanitario è sempre più demotivato”. Il 9,9% della popolazione, oltre 5,8 milioni di persone, non si è curato per motivi economici. E le disuguaglianze territoriali portano alcune Regioni, come la Sardegna, a raggiungere picchi fino al 17,7%. Secondo i dati del 2023, solo 13 Regioni rispettano i Livelli essenziali di assistenza (Lea). Al Sud, solo Puglia, Campania e Sardegna sono in linea. Questo comporta che le persone debbano migrare per curarsi: la mobilità sanitaria vale oltre 5 miliardi di euro, con un saldo positivo per le Regioni del Nord e negativo per il Meridione. L’aspettativa di vita riflette questo divario: al Sud si muore in media tre anni prima: a 84,7 anni in Trentino, a 81,7 in Campania.











