L'Editoriale
Mercoledì 24 Giugno 2026
EUROPA. La crisi dei laburisti inglesi ci riguarda, e non solo perché il sistema britannico si sta «italianizzando»: a Londra ci si interroga sul collasso di una classe dirigente complessiva, celebrata fino all’altro ieri e, da noi, il governo Meloni si appresta al record di stabilità.
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Nella proiezione interna, lo scontento della Brexit ha spaccato laburisti e conservatori. Gli effetti sismici sul piano politico e sociale paiono più profondi di quelli economici, che pure sono nettamente negativi: l’uscita dall’Unione europea ha superato conflitti di classe e fedeltà partitiche, seminando ferite profonde. L’ideologia identitaria batte il vissuto quotidiano degli inglesi (il Pil pro capite è sceso del 6-8%), un paradosso: la maggioranza ritiene un errore la Brexit, eppure premia ancora il suo ideatore, Farage. Nel fortino del bipartitismo e dell’alternanza, il sistema s’è frantumato: le due grandi formazioni non arrivano al 20% dei consensi, incalzate a sinistra da verdi, liberaldemocratici e nazionalisti e a destra da Reform di Farage. Se si votasse oggi, né laburisti né conservatori, per la prima volta dal 1922, non arriverebbero al primo posto.














