Dieci anni dopo Brexit, dopo avere cambiato cinque premier e apprestandosi ora a cambiare il sesto, con le dimissioni annunciate ieri da Keir Starmer dopo appena due anni di governo, l’Inghilterra assomiglia un po’ di più all’Italia, ma non poi così tanto. Non foss’altro perché lì, per quanto ammaccati, resistono ancora dei partiti e un parlamento degni di questo nome (le due cose sono ovviamente legate, ma per questa volta risparmierò al lettore le ovvie considerazioni relative al nostro delirante dibattito sulle riforme istituzionali e la legge elettorale, sul maggioritario all’inglese e il «modello Westminster», e su come in questi trent’anni di esperimenti d’ingegneria costituzionale abbiamo scassato proprio le due cose più preziose che avevamo, cioè, per l’appunto, il parlamento e i partiti). Come scrive Gabriele Carrer su Linkiesta, «sei primi ministri, di cui l’ultimo già con le valigie pronte, e i sondaggi che vedono al primo posto il partito Reform UK di Nigel Farage, a cui la politica e la società britanniche non hanno ancora presentato il conto nonostante sia stato l’architetto della Brexit, raccontano meglio di tutto il resto le difficoltà del Regno Unito, che per cambiare sei primi ministri prima del voto per la Brexit di un decennio fa aveva impiegato 40 anni».