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Stati Uniti e Iran stanno continuando a fare annunci e dichiarazioni contraddittorie, sia sulle trattative intorno al pre-accordo che hanno firmato lo scorso 18 giugno per mettere fine alla guerra in Medio Oriente, sia sul contenuto di quel pre-accordo (tecnicamente un memorandum). In parte è una tattica negoziale di entrambi, in parte dipende dalla comunicazione caotica del presidente statunitense Donald Trump, che sui social dà per fatte cose su cui ancora non c’è un’intesa, indispettendo gli iraniani.

Per esempio, martedì Trump ha sostenuto in un post sul suo social media Truth che l’Iran avesse accettato di consentire «ispezioni nucleari del più alto livello» nei siti del suo programma atomico che erano stati bombardati dagli Stati Uniti a giugno dell’anno scorso, nella guerra iniziata da Israele e durata 12 giorni. Ma non era vero, e i funzionari iraniani lo stavano negando da ore (per completezza: l’Iran, in quanto firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare, sarebbe tenuto a consentire le ispezioni, anche se non lo fa da anni). Il futuro del programma nucleare iraniano è un tema dirimente dei negoziati, e quello su cui c’è maggiore distanza tra le parti.