Ancora oggi chi va per i monti della Carnia, scavando in quelle che erano le trincee della Grande guerra, può tornare a casa con lo zaino pieno di ossa. Sono terre di confine, di lupi e di aquile reali, segnate dalla devastazione del terremoto di cinquant’anni fa, e poi dalla fatica della ricostruzione. Dal lavoro di generazioni di montanari che combatterono la fame e la povertà e delle contadine inquadrate nell’esercito regio come “portatrici”. Erano le donne, infatti, a salire a piedi sulle vette innevate, con le gerle di paglia sulle spalle per portare cibo e rifornimenti agli alpini impegnati nella battaglia. E qui, nell’altra guerra, nel ’44, a calpestare le spoglie dei soldati morti per strappare fazzoletti di roccia agli austriaci, furono gli zoccoli dei cammelli asiatici.
Li avevano condotti sulle creste paleozoiche i 40 mila cosacchi che calarono dal Caucaso. L’ordine di invasione venne dai nazisti che volevano contenere l’avanzata dei partigiani in questa zona del Friuli orientale autoproclamatasi “Libera Repubblica della Carnia”.
Convivenza forzata
È questa storia di violenza, dolore e convivenza forzata al centro del romanzo storico Ed è un poco la notte e un poco l’alba (Longanesi), ultima fatica di Ilaria Tuti, nota al grande pubblico italiano – e di altri 27 Paesi – come autrice della serie iniziata con Fiori sopra l’inferno (Longanesi 2018), prima indagine del commissario Teresa Battaglia, seguita da altri quattro thriller diventati tutti bestseller internazionali. La rocciosa commissaria con un inizio di Alzheimer è diventata poi anche protagonista di una serie di grande successo per la Rai. Ma la fama non ha cambiato il carattere schivo e intenso di Ilaria Tuti, guida d’eccezione in un tour sui luoghi dove è ambientata l’ultima trama, nella quale, pur senza una serie di misteriosi crimini, non si lesinano sangue e terrore.








