Gabriele Santoro conosce Roma palmo a palmo. Nelle sue ricerche, ha scovato angoli della città che narrano storie che vanno oltre i nostri confini. Come Viale Alexander Langer, nel cuore di Villa Torlonia. Il nostro incontro per parlare di Nessun’altra casa. Memorie lungo la Drina trent’anni dopo Srebrenica (Del Vecchio Editore) prende vita qui, dove la toponomastica ci ricorda quell’uomo che saltava muri e costruiva ponti. E che il 3 luglio 1995, con la ex Jugoslavia nel pieno di una guerra interetnica, si toglieva la vita. Anche sulla sua eredità morale, sono state costruite queste delicate pagine.
Torniamo al luglio del 1993 e andiamo a Srebrenica, quattro mesi prima degli accordi di Dayton. In quei giorni la città è teatro dell’eccidio di 8372 uomini, tra i 14 e i 76 anni, uccisi perché bosgnacchi. È la ragione che la Corte penale internazionale addurrà per definirlo genocidio.
Una delle storie raccolte è quella di Smail Sandzic, un veterano di guerra che ci aiuta a ricostruire quel contesto. Smail ad aprile 1992 è all’ultimo anno delle superiori e per difendere la sua casa nella valle della Drina, al confine con la Serbia, dagli attacchi che si susseguono si arruola. Nella Srebrenica sotto assedio, Smail ricorda l’arrivo, da Sarajevo, del generale dei Caschi Blu, il francese Morillon. Siamo nella primavera del 1993 e quell’arrivo coincide con la successiva dichiarazione di Srebrenica come area protetta dalle Nazioni Unite. Srebrenica era dunque sotto la protezione della comunità internazionale che però non seppe fermare l’azione del generale Mladic e delle milizie serbo-bosniache. In chi è sopravvissuto, risuona la domanda: «Perché non ci hanno protetto?». Il tradimento è la prima sensazione che ho avuto nel mio primo viaggio lì nel 2018. Fuori dal memoriale di Srebrenica, in cui sono sepolte quasi 7000 vittime, un cartello ricorda il fallimento della comunità internazionale. Un fallimento che ci rimanda agli scenari di guerra odierni e alle responsabilità di un’Europa che fatica a riconoscere come propri quei morti.







