Santori

Ci sono parole che sembrano piccole, quasi insignificanti, e invece raccontano una città meglio di molte fotografie. È da questa convinzione che nasce la seconda parte del nuovo libro di Angelo Tondini, aretino doc, classe 1942, che vive da cinquant’anni, come lui stesso dichiara, in esilio a Milano. Pubblicato da Il Pegaso Editore di Milano, il volume è in realtà due libri in uno: la prima parte, intitolata “Memorie d’Arezzo”, e la seconda, intitolata “Un’aretina nel Novecento: il lessico di mia madre”. La seconda parte è una serie di frasi fatte, alcune in uso in tutta la Toscana, altre più specificatamente aretine: frasi che Tondini ha colto dal vivo in bocca alla madre, tutte commentate nel loro contesto e nell’etimologia. Chi ricorda cosa fosse la “pìttima” nell’espressione: “Non fare la pìttima”? Eppure è una parola ripresa ed eternata da De André (A’ pittima): è la persona che seguiva dappertutto, per la strada, nei bar, al mercato il debitore ricordando con voce alta e lamentosa il debito non pagato e portando l’insolvente all’esasperazione. Chi non ha mai detto, o almeno sentito dire: “Non lasciare le cose a sterto”, un modo di dire che profuma di polvere e di faccende domestiche di altri tempi? Specialmente ad Arezzo significa non lasciare le cose in disordine. Per non parlare di esortazioni come “Non t’agarare” (non insistere, non ti incaponire in una discussione, quasi una gara per avere l’ultima parola) oppure “Non mi avellare” (non mi assillare, non mi stare addosso) oppure ancora “Non fare tante ciance” (tradotto nel linguaggio colorito di una volta, il messaggio della mamma di Angelo era cristallino: meno chiacchiere e più fatti (la ciancia è un piccolo gioiello del lessico toscano, che racchiude in sé l’idea del vuoto e della leggerezza). Poi ci sono i micidiali aggettivi che inchiodano tipi e modi di essere: tecchio, brinzellone, mencio, togo, bricia fredda (facile intuire a che tipo di donna si riferiva) e via dicendo, tutti spiegati con sapienza filologica e ironia toscana. Sono centinaia di pagine che risveglieranno in ogni aretino che si rispetti lo scorrere carsico di rivoli lessicali dimenticati dagli anziani e ignoti ai più giovani.