Ora che l’onda lunga della Brexit ha mietuto la sua ennesima (e certo non ultima) vittima britannica, Keir Starmer, vale la pena di riflettere sulle manifestazioni ultrabritanniche di un fenomeno che, nel trionfo del Leave, ha trovato solo una prima manifestazione storica e che ha poi investito come una tempesta tutte le democrazie occidentali, impadronendosi del loro sistema operativo e immunitario e pervertendone il funzionamento.
La Brexit è stata un esperimento riuscito di guerra ibrida che, con visibili manine e manone straniere, ha usato una leva antropologicamente potente, quella demografico-migratoria, per accreditare una mitologia cospirazionista a cui l’Inghilterra postcoloniale era, per svariate ragioni, molto sensibile. L’Europa – questo era il racconto – espropriava il Regno Unito delle sue ricchezze e della sua identità, e dunque l’uscita dall’Ue l’avrebbe liberato da un giogo servile e restituito a una grandezza imperiale.
Comprensibilmente, i riflessi da nobiltà decaduta (che sono sempre un indistricabile garbuglio di senso di superiorità e complesso di inferiorità, di protervia e vittimismo), sobillati da una narrazione inveritiera ma estremamente confortante (ad esempio: «rifaremo la sanità pubblica con tutte le sterline che regalavamo a Bruxelles»), si sono diffusi epidemicamente soprattutto tra gli strati della popolazione più svantaggiati economicamente e meno consapevoli culturalmente, e quindi più portati a credere al ritorno di un’immaginaria età dell’oro.














