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Starmer si è dimesso, non è più il premier britannico, ma questa è una crisi politica che va oltre la persona e che va oltre il suo partito. Spiana la strada all'estrema destra nel Regno Unito, ma soprattutto segna un momento di spaccatura nella storia: il blairismo e la sinistra riformista o moderata sono in crisi nera.

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Guardiamoci indietro: per cosa viene ricordato Blair? La guerra in Iraq e lo smantellamento del welfare. Clinton? La globalizzazione dei mercati che ci ha portato a questo capitalismo predatorio e più aggressivo che mai. Renzi in Italia? Buona scuola e Jobs act. Due riforme che hanno tagliato i fondi alla scuola e hanno precarizzato ancora di più il lavoro. Politiche di destra insomma. Come ricorderemo i socialisti in Europa che stanno sostenendo la Commissione europea del riarmo e delle deportazioni dei migranti? Per anni i liberal hanno detto che Bernie Sanders avrebbe spaccato il partito se avesse vinto le primarie e che non avrebbe avuto chance. Ma se ci fosse stato lui nel 2016 a contendersi la presidenza con Trump al posto di Hillary Clinton? Con i "se" non si fa la storia, lo sappiamo. Eppure Trump vinse nei distretti industriali, gli stessi dove Sanders vinceva le primarie. Oggi qualcuno si sta riallineando, ma per la sinistra liberal Sanders, Mamdani e gli altri sembrano più star pop che prima o poi passeranno per lasciare spazio, nuovamente, a "quelli non ideologici", i sedicenti moderati. Ma davvero lo sono? Davvero basta mettersi nel mezzo, diventare establishment e pensare che la gente ti apprezzi? Forse solo quelli che non vogliono cambiare le cose, che stanno bene così. In un momento di crisi economica e politica globale non è Starmer la risposta. Perché quando la sinistra smette di fare la sinistra non può vincere. Oggi Scanner parte da qui.