Si apre oggi una settimana decisiva per le sorti del governo britannico, minacciato dall’ennesima crisi politica che incombe sul paese. Giovedì scorso, mentre al parlamento Re Carlo III leggeva il programma del ‘suo’ governo per l’anno a venire, gli scricchiolii interni alla maggioranza rischiavano di coprire, metaforicamente parlando, la sua dichiarazione di intenti. Il sovrano infatti, non aveva ancora fatto ritorno a Buckingham Palace quando già si era diffusa la notizia delle imminenti dimissioni del ministro della Salute Wes Streeting e di una possibile sfida alla leadership di Keir Starmer. Pur non essendo formalmente avviata ancora nessuna mozione di sfiducia, la questione resta all’ordine del giorno, catalizzando l’attenzione di commentatori e analisti britannici. La crisi, d’altronde, era nell’aria: il premier è finito sul banco degli imputati dopo che il Partito laburista, in caduta libera nei consensi, ha perso il controllo di 35 consigli comunali in Scozia e Galles e oltre 1300 seggi alle amministrative in Inghilterra nelle elezioni del 7 maggio. Nonostante si moltiplichino le voci che ne chiedono le dimissioni, la linea di Starmer resta chiara: nessun passo indietro. Ma l’emorragia è innegabile: solo il 19% dei britannici ha oggi un’opinione favorevole del premier, il dato più basso dall’inizio del suo mandato, mentre il 73% lo vede in modo sfavorevole. A guadagnarci sono i Verdi e, soprattutto, il partito populista Reform di Nigel Farage.
Regno Unito: Starmer resiste, ma il Labour traballa | ISPI
Starmer affronta la peggior crisi del suo mandato. Sullo sfondo, l'ascesa del populismo e una partita aperta per Downing Street.













