Se è ancora lecito riesumare vecchie analogie tra musica e cinema, possiamo dire che Daniel Lanois continua a sdoppiarsi tra i ruoli di regista e interprete. Nel primo si è guadagnato da tempo la reputazione di produttore d’eccezione, capace di passare con disinvoltura dagli U2 a Bob Dylan. In veste di interprete, però, la sua macchina da presa smette di inseguire i protagonisti e si posa sul paesaggio. Belladonna Nocturne (Arts Music/Rhino) appartiene senz’altro al secondo versante: un racconto senza eroi e senza dialoghi, affidato alla forza dell’atmosfera. Sin dal titolo è una chiara prosecuzione della traiettoria avviata da Belladonna (2005): un ritorno in controtendenza non solo rispetto alla sua natura di produttore, ma anche ai recenti esiti solisti di Heavy Sun (2021) e Player, Piano (2022). Altri titoli, quelli dei singoli brani, avvalorano l’intento paesaggistico, evocando luoghi differenti ma unificati da un medesimo orizzonte sonoro: dall’apertura luminosa di Cap Nègre alla sospensione di At The Foot Of The Skyway Bridge; dalle suggestioni messicane di Inside The Walls Of Puebla a quelle autoctone di Canadian National.

DELL’ILLUSTRE precedente questo sequel «notturno» conserva le sonorità altrettanto cinematografiche della steel guitar, calata in un tessuto sonoro di pianoforti, percussioni e un’elettronica sempre legata a materiali concreti: strumenti suonati, gesti esecutivi catturati e ricollocati in un ambiente acustico di sorprendente consistenza fisica. Ma di Belladonna ritroviamo anche il lirismo e la peculiare architettura: le singole tracce non si presentano come episodi autonomi, bensì come scorci differenti di uno stesso paesaggio. Tali caratteristiche continuano a distinguere la musica di Lanois tanto dall’ambient più statica e funzionale quanto da quella del mentore Brian Eno, con cui il paragone resta inevitabile. Piuttosto, come altri recenti lavori strumentali — si veda Blue Morpho di Ed O’Brien — anche Belladonna Nocturne trova nell’ipnosi chitarristica il proprio centro gravitazionale. Non a caso si tratta di due musicisti che rimangono rock anche quando sembrano rinunciare all’idea di canzone, conservando un istinto narrativo e melodico finanche orecchiabile. È l’ennesima dimostrazione della doppia natura di Lanois: se il produttore continua a costruire mondi per gli altri, il musicista non ha mai smesso di esplorarne di propri.