Quello del produttore è un ruolo che ogni professionista ritaglia su di sé, basandosi sulle proprie ambizioni, curiosità e interessi. Un ruolo altamente professionale, ma che si fonda (almeno in parte) anche oggi sul motto: «Basta che funzioni». Carlo Cresto-Dina, produttore di punta nel cinema d’autore – fra i suoi registi Alice Rohrwacher, Leonardo di Costanzo, Margherita Vicario – offre con È un’impresa fare un film (Einaudi) il suo punto di vista su un mestiere tanto difficile da fare quanto difficile da raccontare. Il saggio ripercorre il lavoro del produttore nell’ottica della sua esperienza che legge la professione come quella di coordinamento di un collettivo. Secondo Cresto-Dina la politica degli autori, che in parte si è imposta a partire dagli anni Sessanta, segna il passo nel momento in cui lo stesso termine autoriale rischia di diventare nulla più che un’ennesima etichetta di marketing, finendo per conformare e facendo prevalere un’individualità su quello che per Cresto-Dina resta a tutti gli effetti un arte dalla forma collettiva.
QUELLA che Cresto-Dina propone è un’idea di cinema che a partire dal ruolo del produttore fino a quello del regista è fatta principalmente dalla condivisione: il produttore diviene così determinante se capace di connettere e favorire l’organizzazione e quindi la realizzazione dell’opera. Produrre significa dare forma a un processo che sia capace di valorizzare ogni elemento che partecipa – anche in questo modo attivamente – alla realizzazione del film. È necessario per chi produce un film porsi sempre con una grande capacità di ascolto, ma al tempo stesso sapere che i progetti migliori vivono solo all’interno di delle condizioni date a partire dal gruppo di lavoro e dalla sua specifica sensibilità. Avverte ancora Cresto-Dina: «Il caso più interessante è quello di una regista al primo film. L’esordio. È abbastanza difficile descrivere la chimica di quell’incontro. È uno scegliersi reciproco in cui il produttore cerca la persona, non il progetto».








