L’ospedale non è solo un edificio. È un corpo che respira, vive, muore. Giovanna Aresu ha dedicato la sua vita agli ammalati. Migliaia di pazienti. Uomini e donne da curare, consolare, accarezzare. Sante mani da missionaria. Prima gli altri poi lei, come in una preghiera, il senso della vita, il rispetto della morte. La prima infermiera dell’ospedale di Lanusei ha compiuto 92 anni a maggio, stretta in un abbraccio con parenti e amici. Vocazione Originaria di Baradili, classe 1934, arriva a Lanusei giovanissima al seguito dei genitori. A 23 anni comincia a lavorare, facendo una semplice domanda, nell’ospedale appena entrato in funzione e gestito dalla suore Mercedarie. «Se non fossi entrata in ospedale avrei voluto lavorare al lebbrosario, ma mi sarebbe piaciuto anche diventare suora», ammette Giovanna. In un luogo di sofferenza e rimedio trova la sua vocazione laica. Si prende cura degli ammalati come fossero figli, lavora fino a tarda sera.
Il rispetto
Porta a casa le garze da lavare e stirare e quando un paziente muore, stira il vestito buono per la bara sul tavolo della sua cucina. Se il vestito non c’è lo trova. Pur non avendo una formazione specifica impara giorno per giorno sul campo, in sala operatoria, il chirurgo vuole lei accanto quando le cose si fanno complicate. Sono altri tempi, anche per la medicina. «I ferri andavano disinfettati a mano, uno dopo l’altro». Tutti le vogliono bene e il motivo è molto semplice, lei vuole bene a tutti. In un ambiente di disciplina e fatica Giovanna guadagna i gradi di persona rispettata e stimata. Anni dopo arrivano le infermiere diplomate, fresche di diploma. «Ma anche io riuscii a diplomarmi». Il suo impegno non ha orari. Finito il turno continua a dedicarsi agli ammalati. Passa nei reparti per una parola, un piccolo aiuto. «L’ospedale era casa sua, non solo un luogo di lavoro – spiega una sua cara amica – continuò a frequentarlo anche dopo la pensione».








