Se Washington è stata la prima a capire che l’autonomia dalle forniture cinesi passa inevitabilmente per il Paese della samba, ora l’Europa sembra accodarsi e affacciarsi anch’essa alle immense riserve del Brasile

Dopo gli Stati Uniti, l’Europa. Nel grande gioco delle terre rare, la chiave di volta per l’autonomia dalla Cina è il Brasile. Paese che per quantità di risorse disponibili nel sottosuolo è secondo, per l’appunto, solo al Dragone. Gli Stati Uniti ci hanno messo gli occhi da tempo, sempre più convinti nella necessità di fare a meno di Pechino e della sua rete di forniture, inclusa l’infrastruttura per la raffinazione. Ora però anche l’Europa ci sta facendo un pensierino, abbracciando la strategia americana. D’altronde, non è certo un mistero, gli Stati Uniti sono un pezzo avanti al Vecchio continente, con la propria tela di accordi già ben articolata. Tanto che la nuova frontiera, per Washington, sono i magneti, su cui gli Usa puntano a creare un’industria a circuito chiuso, che nasce e finisce in terra americana.

Lo stesso potrebbe, o quantomeno vorrebbe, fare l’Europa. Il primo passo è però capire dove e con chi si possono stringere accordi. Il commissario europeo per i partenariati internazionali Jozef Sikela ha provato in tal senso a sminare il terreno. Visitando, in questi giorni, il centro di ricerca e lavorazione delle terre rare della società mineraria australiana Viridis Mining and Minerals a Pocos de Caldas, non molto lontano dall’Amazzonia. Sikela ha affermato che l’approccio europeo è sempre più in linea con l’impegno del Brasile ad esportare minerali lavorati di maggior valore anziché materie prime. “Ciò che è estremamente importante è che anche il Brasile si allontani da un modello di business a basso margine, in modo che il valore venga creato qui nel Paese”, ha affermato il commissario.