La settimana scorsa, Washington ha imposto ad Anthropic di disattivare nel giro di novanta minuti l’accesso a due dei suoi modelli di Intelligenza Artificiale più avanzati, in tutti i paesi del mondo a eccezione degli Stati Uniti. La decisione è stata letta, a ragione, come un avvertimento: non a caso The Economist ha descritto questo passaggio come un momento che ha “conferito all’America un vasto nuovo potere”. Tuttavia, un avvertimento produce effetti reali solo se a esso segue una chiara strategia e con strumenti capaci di tradurlo in azione, ed è su questo terreno che nascono le maggiori incertezze. Le possibili risposte attualmente in discussione sembrano limitarsi a due a due opzioni poco convincenti: protestare contro il nuovo assetto, oppure tentare di superarlo con investimenti importanti.
Nessuna delle due strategie sembra destinata a produrre risultati tangibili. La protesta da sola difficilmente cambierà gli incentivi di un governo che considera l’accesso all’IA un vero e proprio strumento di potere. Allo stesso modo, del resto, abbiamo visto che le critiche rivolte agli Stati Uniti per i vantaggi derivanti dal ruolo internazionale del Dollaro non hanno modificato il comportamento statunitense durante l’epoca di Bretton Woods. Nessuna economia al di fuori di America e Cina dispone oggi di mezzi finanziari sufficienti per poter raggiungere una reale parità competitiva: nel 2025 gli investimenti americani in IA privata hanno raggiunto i 285,9 miliardi di dollari, contro i 20,9 miliardi dell’Europa e i 12,4 miliardi ufficialmente registrati della Cina: un divario che si è ampliato, non ridotto, nonostante anni di appelli europei all’urgenza e alla necessità di recuperare terreno. Continuare a ignorare questa realtà rischia di disperdere la risorsa più preziosa, che è il tempo: nei prossimi diciotto mesi saranno definiti gli standard, i contratti di fornitura e le infrastrutture dati su cui si fonderà l’intera economia dell’intelligenza artificiale.











