La decisione Usa di limitare l’accesso a modelli AI avanzati di Anthropic ha evidenziato la vulnerabilità europea nella competizione tecnologica. Il ritardo dell’Europa, ricorda Stefano da Empoli, dipende però soprattutto da ostacoli interni. Ecco quali e come superarli

In tempi di competizione tecnologica che non risparmia nessuno, alleati inclusi, la decisione da parte dell’amministrazione Trump di limitare l’accesso ai modelli di intelligenza artificiale più evoluti di Anthropic a chi non avesse cittadinanza statunitense ha generato comprensibilmente uno shock.

Specie per chi non ha modelli altrettanto o comparabilmente evoluti come noi europei e rischia dunque di rimanere indietro nella corsa di fronte a chi può fruire dei modelli. Tuttavia, gran parte delle reazioni legittimamente indignate che è capitato di leggere nell’ultima settimana rischia di acuire il problema anziché risolverlo. Per capirlo è indispensabile svolgere qualche riflessione a mente fredda.

In primo luogo, è del tutto auspicabile e anzi non più rinviabile che l’Europa inizi a sviluppare i propri campioni tecnologici. Ma è bene essere consapevoli che finora ad impedirlo non sono stati gli Usa o i marziani ma in primis noi europei. Credendo nei poteri taumaturgici del Brussels effect tesi a regolamentare l’innovazione prodotta altrove più che a sviluppare quella autoctona. E ricordandoci che i primi a soccombere di fronte alla complessità burocratica, peraltro moltiplicata per ventisette stati membri dell’Ue, sono i soggetti più piccoli e i nuovi entranti sul mercato. Se anche ci fosse qualche Google o Amazon in erba nel Vecchio continente la scalata da startup a impresa leader assomiglierebbe a un’ascesa invernale al K2.