Mentre tutte le telecamere del pianeta erano puntate su Trump intento a firmare l’ennesima “pace del secolo” del suo mandato, la settimana scorsa il presidente americano ha preso un’altra decisione, molto meno fotogenica, ma potenzialmente molto più incisiva: gli Stati Uniti hanno ordinato ad Anthropic di limitare l’accesso ai suoi modelli di intelligenza artificiale più avanzati ai soli cittadini americani, dipendenti stranieri compresi — con il paradosso di escludere anche molti che quella tecnologia l’hanno materialmente costruita.
Al netto del dettaglio grottesco, non sarebbe nemmeno una gran notizia. Gli uomini usano la sovranità tecnologica come strumento di potenza da quando hanno capito che la clava migliore conviene tenerla in famiglia, non prestarla al vicino di caverna. Nemmeno la logica di fondo è particolarmente scandalosa: tra intrusioni di “attori stranieri”, cyberattacchi crescenti e la prospettiva che questi programmi diventino strumenti militari in mani nemiche, Washington ha fatto ciò che molti nel settore chiedevano da tempo, trattare l’IA come una questione di sicurezza nazionale.
La vera novità, semmai, sta nella coincidenza temporale tra la riaffermazione della sovranità tecnologica americana, l’erosione della fiducia tra Stati Uniti e i loro alleati storici, e la natura tutta particolare di questa tecnologia: l’intelligenza artificiale è, insieme, strumento di sicurezza e motore della futura competitività. Il risultato è una combinazione esplosiva: l’invenzione più importante del secolo sta diventando proprietà privata del sovrano proprio nel momento in cui abbiamo smesso di fidarci di lui. Per capire appieno quanto sia insidiosa questa coincidenza, occorre chiarire quale strana creatura geopolitica sia davvero l’intelligenza artificiale. Qui non stiamo parlando semplicemente dell’ultimo gioiello dell’arsenale a stelle e strisce, ma di un curioso animale ibrido, metà bomba atomica, metà motore a scoppio e bravo in entrambi i ruoli. Nella versione bellica è deterrenza pura: una forza capace di mettere in ginocchio reti energetiche, infrastrutture critiche e sistemi finanziari, pensata però — come ogni buona testata nucleare — per non essere mai utilizzata: il suo valore è rimanere minaccia, una polizza assicurativa che si spera non sia necessario attivare mai. Nella versione civile è tutt’altra bestia: è il motore della produttività, dell’innovazione e della competitività ventiquattro ore al giorno, la lampada che nessuno può permettersi di lasciare spenta in un bunker. In breve: l’IA è la prima tecnologia della storia capace di decidere tanto l’esito di una guerra quanto quello di un trimestre di bilancio. Il problema è che, quando uno strumento così potente appartiene a un fornitore di cui ti fidi sempre meno, il costo non si misura più soltanto in scenari apocalittici, ma in crescita mancata e investimenti perduti ogni giorno. È qui che l’Europa, fedele alla sua vocazione di perenne ritardataria, si scopre incastrata in un’equazione piuttosto semplice: sovranità tecnologica altrui più fiducia in caduta libera uguale dipendenza — o ricatto, a seconda dell’umore dell’inquilino della Casa Bianca. La risposta che rimbalza da Bruxelles è sempre la stessa: costruire un’alternativa sovrana costerebbe centinaia di miliardi, servirebbero data center e chip che non abbiamo, in un orizzonte più lontano dello sbarco su Marte, e alla fine resteremmo comunque indietro. A questo si aggiunge un dettaglio che trasforma l’Europa, più che in vittima sfortunata, in corresponsabile autrice del proprio destino. Negli Stati Uniti la competizione tra colossi tecnologici avviene all’interno di un unico contenitore politico, che ne raccoglie i frutti indipendentemente da chi vince. In Europa la stessa competizione si sovrapporrebbe immediatamente a quella tra governi nazionali che si studiano in cagnesco da Lisbona a Varsavia: ogni capitale spinge il proprio campione industriale, ogni campione industriale fa lobby sul proprio paese, in un cortocircuito perfetto di veti incrociati. Ci lamentiamo — con buone ragioni — della crescente sfiducia verso Washington, e ignoriamo quella, assai più paralizzante, che corre tra Berlino, Parigi e Roma. Resta infine il rischio più imprevedibile: anche trovando soldi, coraggio e volontà politica, potremmo finire per investire sullo strumento sbagliato, finanziando la portaerei perfetta per la guerra di ieri, o il caccia di sesta generazione pronto nel 2040 ma destinato a perdere contro sciami di droni guidati da algoritmi. Nessuno sa quale sarà la tecnologia dominante tra quindici anni. Per questo la vera sovranità del secolo non sta nello strumento scelto oggi, ma nella capacità di cambiare rotta ogni volta che il mondo cambia direzione a sua volta — ultimamente, ogni sei settimane. Di fronte a tutto questo, diventa difficile biasimare chi preferisce alzare le mani, affidandosi alla buona sorte e al buon senso dell’alleato americano. È una posizione comprensibile, ma guarda il problema dal lato sbagliato. La scelta reale non è tra un’intelligenza artificiale americana brillante e una europea mediocre; è tra costruire qualcosa di nostro o continuare a non avere niente. Meglio, dunque, una sovranità tecnologica modesta, ma nostra, che un’eccellenza altrui di cui non possiamo fidarci più. Siccome il progresso non è una fotografia scattata oggi e appesa al muro per sempre, ma un film in continuo movimento, anche quel poco che riusciremo a costruire da soli oggi sarà inevitabilmente qualcosa di più domani. Se, invece, l’Europa continua a non scegliere, il rischio non è rimanere indietro, ma restare dipendenti da chi potrebbe benissimo decidere che non siamo diversi da un vecchio PC: troppo obsoleti per meritare il prossimo aggiornamento.








