C’è una parola tedesca intraducibile, Vergangenheitsbewältigung da Vergangenheit ("passato") e Bewältigung ("superamento"), ergo "superamento del passato": si tratta di un concetto diffuso in Germania per descrivere la riflessione critica sul periodo nazista. È almeno dalla metà degli anni ’60 che, con i processi di Francoforte, il Paese ha fatto i conti col suo passato, superandolo, non restando insomma impantanato in una discussione irrisolta tra nazismo e antinazismo.

In Italia, una grossa fetta di dibattito ininterrotto da oltre ottant’anni è ancora, ostinatamente, quello tra fascismo e antifascismo. È per certi versi sconfortante sia ancora fermo alla domanda, nella sua ultima incarnazione, se qualcuno sia o meno abbastanza antifascista per occupare uno stand in una fiera del libro.

La disputa sul "patentino antifascista" richiesto agli editori di "Più libri, più liberi" ha riprodotto la solita foresta pietrificata: la destra indignata che gioca la carta della libertà d'espressione, il governo che trasforma la replica in comizio — Nordio si è persino spinto a ricordare che il codice penale porta la firma di Mussolini — e una sinistra divisa tra chi chiede le barricate, le liste di proscrizione e le purghe e chi, come il presidente del PD Bonaccini, dice che con l'antifascismo non si vince.