Dal 1° luglio l’acquisto di un piccolo oggetto su una piattaforma extra-europea — come Shein, Temu o AliExpress — non è più esente da dazio. Cade la franchigia doganale che fin qui esonerava le spedizioni di valore inferiore a 150 euro e al suo posto arriva, in via transitoria, un dazio fisso di tre euro, a cui avrebbe dovuto sommarsi il contributo italiano da due, ora però rinviato a ottobre. I conteggi e il modo in cui l’importo si moltiplica quando nel pacco ci sono più articoli sono già stati oggetto di cronaca. Vale però la pena fermarsi su ciò che resta sullo sfondo: la natura del prelievo, gli strumenti per evitarlo e la direzione verso cui tutto questo ci porta.

I tre euro sono un diritto doganale e, in quanto tali, scontano a loro volta l’Iva, perché il dazio entra nella base imponibile all’importazione. Il contributo italiano da due euro, invece, è un contributo amministrativo distinto e ne resta fuori. Così la formula “cinque euro più Iva” è imprecisa: l’Iva cade sui tre euro di dazio, non sui due di contributo. Il tratto che conta più di ogni tecnicismo è un altro: il dazio è un prelievo fisso che pesa tanto di più quanto meno vale ciò che si compra. Tre euro sono nulla su una borsa da cento, ma sono il sessanta per cento di una maglietta da cinque euro.