Il Mondiale di calcio si apre al mondo, ma contemporaneamente è sempre più europeo. L’edizione attuale ha portato 16 nuove squadre rispetto al passato, per via dell’allargamento da 32 a 48 partecipanti, favorendo in particolare l’Asia, l’Africa e il Centro-Nord America. Una modifica che, secondo molti – tra cui anche l’ex ct dell’Italia Gennaro Gattuso – avrebbe danneggiato l’Europa. Eppure, il Vecchio Continente continua a essere il baricentro del calcio globale: quasi la metà dei calciatori del Mondiale sono infatti nati in Europa.
I giocatori europei rappresentano il 47,3 per cento del totale, nettamente maggioritari rispetto a qualsiasi altra popolazione continentale: la seconda più numerosa, ovvero quella asiatica, copre appena il 14,6 per cento dei giocatori. Ciò è dovuto soprattutto alla ben nota questione delle diaspore, che fa sì che il 24 per cento dei convocati per il torneo siano nati all’estero, prevalentemente nelle comunità di espatriati dal Sud globale verso i paesi più ricchi.
I Mondiali visti dal Sud globale: decolonizzare (davvero) il calcio
L’EUROPA COME OMBELICO DEL CALCIO MONDIALE
L’Europa non è solo un polo di attrazione dei migranti, grazie al suo benessere economico, ma anche il principale luogo di formazione dei calciatori di qualità. Quelli che non trovano spazio nelle selezioni locali, o che preferiscono a prescindere rappresentare il paese d’origine dei genitori, vanno così a rinforzare le squadre di altri continenti, in particolare in Africa, dove 108 dei 260 giocatori presenti al Mondiale sono in realtà europei. Nelle squadre del Centro-Nord America, gli europei sono il 29,5 per cento, mentre superano il 21 per cento nelle oceaniane (Nuova Zelanda e Australia).










