Cosa c’entra Capo Verde con la fase finale della Coppa del Mondo di calcio? La domanda è lecita, e la risposta pare in linea con la narrazione ufficiale della Fifa. Quello che è iniziato ieri sera è il Mondiale più democratico, inclusivo e globale della storia. Un terzo delle nazioni del pianeta idealmente seduto allo stesso tavolo significa una festa allargata, pensata per dare voce e dignità a chi, per decenni, è rimasto a guardare. A uno sguardo superficiale, l’operazione offre il sapore della giustizia poetica, del riscatto degli ultimi. Ma se si prova a leggere il calcio con le lenti della realtà, la democrazia del pallone somiglia molto a un’illusione ottica. Dietro il paravento dell’inclusione delle periferie del mondo si nasconde, infatti, la più mastodontica operazione di ingegneria commerciale mai tentata dal governo del calcio globale.La formula è matematica, prima ancora che sportiva. Più squadre significa più partite (si passa da 64 a 104 sfide complessive), più giornate di programmazione televisiva, più biglietti venduti, più sponsorizzazioni, più passaggi pubblicitari. Significa, in estrema sintesi, massimizzare i profitti colonizzando il tempo e lo spazio dello spettatore. La Fifa stima ricavi record per questo ciclo mondiale, con cifre che supereranno i 10 miliardi di dollari. Di fronte a questo, il romanticismo del debutto dell’Uzbekistan, o della favola della Giordania e di Capo Verde, rischia di ridursi a un espediente narrativo utile a giustificare l’ipertrofia di un torneo che rischia di perdere la sua anima e la sua stessa sostenibilità.Forse però la vera domanda non è se un Mondiale allargato a 48 squadre sia giusto o sbagliato. Ma se l’allargamento abbia seguito la crescita del gioco, oppure quella del mercato. Perché le due cose non sempre coincidono. La diluizione della qualità tecnica è il primo, evidente prezzo da pagare. Un Mondiale a 48 squadre inevitabilmente abbassa l’asticella della competitività nella fase a gironi, trasformando le prime settimane in una lunga sfilata di partite dall’esito scontato o quasi. Ma il vero nodo non è estetico, è anche etico e politico. C’è una profonda ipocrisia nel presentare l’allargamento come un atto di beneficenza verso il Global South o le federazioni minori. La vera inclusione probabilmente non si fa regalando un biglietto per la lotteria finale a chi non ha le strutture per competere, ma investendo sulle radici. Se la Fifa volesse davvero democratizzare il calcio, lavorerebbe sulla ridistribuzione strutturale delle risorse durante i quattro anni che separano un Mondiale dall’altro. Finanzierebbe i settori giovanili nei Paesi in via di sviluppo, costruirebbe impianti nei quartieri degradati, sosterrebbe le federazioni africane e asiatiche schiacciate dal monopolio economico dei club europei, che continuano a saccheggiare i talenti migliori fin dall’adolescenza. Invitare più squadre alla festa significa, invece, invitare gli ospiti poveri a guardare i ricchi che ballano, offrendo loro le briciole dei diritti televisivi in cambio del loro voto politico. Non è un mistero, infatti, che quando il governo del pallone nel 2017 sotto la presidenza di Gianni Infantino ha approvato l’allargamento dei Paesi ammessi alla fase finale, la riforma ha avuto anche una dimensione politica: più posti disponibili significano più peso per confederazioni come Africa e Asia, che da anni chiedevano maggiore rappresentanza. Ma anche il sistema perfetto per tramutare il consenso dei piccoli Stati in moneta corrente con cui i vertici blindano le proprie poltrone e le proprie riforme.C’è poi una riflessione antropologica da fare sul significato del limite. Il Mondiale di calcio ha sempre tratto il suo fascino dalla sua esclusività. Arrivarci era un’impresa, dove si consumavano drammi sportivi ed epopee nazionali. Allargare i cancelli significa svalutare il valore del merito. Il calcio si adegua così alla logica del consumo contemporaneo: non più l’attesa del grande evento, non più la selezione del meglio, ma un flusso continuo e bulimico di intrattenimento, dove la partita è solo un contenuto tra i tanti da consumare.L’ultima contraddizione narrativa è legata al prezzo esorbitante dei biglietti da più parti denunciata in un torneo più aperto per le nazionali, ma meno accessibile per molti tifosi. La domanda è semplice: chi entra davvero in questo gioco di gol e di interessi? Le nazionali o anche le persone che quel calcio lo hanno costruito? Questa insomma non sembra la periferia che si riprende il centro del campo, ma il centro che fagocita la periferia per trasformarla in fatturato.