La 23esima edizione della Coppa del Mondo che è appena iniziata è la prima con 48 paesi partecipanti – oltre un quinto dei membri attuali (211) della FIFA – e la prima ospitata da ben tre paesi diversi: Canada (per la prima volta), Stati Uniti (la seconda) e Messico (la terza). Ci saranno oltre 100 partite – in gran parte negli USA – in meno di 40 giorni. Le squadre esordienti sono quattro – Capo Verde, Curaçao, Giordania e Uzbekistan – a cui si potrebbe aggiungere la Repubblica Democratica del Congo (tuttora lacerata da una guerra civile strisciante), che era stata presente soltanto alla Coppa del 1974 come Zaire. Solo il Brasile ha partecipato a tutte le 22 edizioni precedenti, seguito dalla Germania (20), che si è però sempre qualificata alle edizioni in cui ha potuto competere. La sola nazione esclusa dalle selezioni per il 2026 (come pure dalle ultime Olimpiadi) è stata la Russia di Putin.
Nonostante la retorica ufficiale, la politica internazionale ha sempre condizionato e influenzato – talvolta sullo sfondo, talvolta perfino irrompendo negli stadi – quella che è da tempo diventata la più seguita manifestazione (solo sportiva?) a livello mondiale: la sola finale del 2022 è stata vista da un miliardo e mezzo di persone. Come le Olimpiadi, la Coppa costituisce anche un palcoscenico e una piattaforma. Ma a differenza delle Olimpiadi, che combinano discipline collettive e prove individuali (e dove il medagliere finale ha un’importanza relativa), la Coppa é per antonomasia una competizione fra squadre nazionali, che i tifosi di ciascun paese tendono a seguire e sostenere al di là delle loro preferenze a livello di club. La popolarità e, oramai, la quasi universalità dello sport rendono quindi i campionati mondiali un’arena unica per misurare non solo la ‘ricchezza delle nazioni’ – quanto meno in termini calcistici – ma anche lo stato delle relazioni internazionali.












