Paul Cayard è in una forma invidiabile. “Mi alleno tutti i giorni, almeno un’ora di nuoto. Talvolta mi chiedo però che senso abbia”. L'ex tattico del Moro di Venezia, una sfilza di titoli, due Olimpiadi, sette America’s Cup, due girii del mondo e altro ancora, è appena sceso da My Song, la barca di Pier Luigi “Pigi” Loro Piana, con cui ha navigato nelle prove costiere della Giraglia a Saint-Tropez. Cerchiamo una postazione all’ombra, fa molto caldo sotto il sole. Ci sediamo e cominciamo a parlare. Sarà una lunga chiacchierata, nel corso della quale spazieremo dall’America's Cup ai figli e ai nipoti. Ma soprattutto, ci soffermeremo sulla sua vita di uomo e di velista tra i più famosi del mondo. E sul significato di molte cose. Anche di prepararsi a difendere il titolo mondiale della classe Star a 67 anni. Cayard, lei va ancora molto in barca? «Sì, abbastanza. A trent'anni ci andavo di più, ma ultimamente, direi negli ultimi cinque anni, vado su più barche diverse che non allora».

Paul Cayard sul tetto del mondo della classe Star

La sua vela Si è concentrato sulla Star, con cui ha vinto il titolo mondiale nel 2025, bissando quello del 1988. Una classe di cui è anche diventato presidente. «In realtà, ho appena vinto a San Diego il Mondiale degli Etchells (una barca a chiglia di 6 metri di lunghezza, nda)». Complimenti. «Grazie. Be’, è stato bello vincere quel titolo perché non è una barca che frequento molto. Anzi, era la prima volta che ero sceso in campo con questa classe, che è molto competitiva e che richiama anche molti staristi. Tra chi ha vinto un Mondiale c’è ad esempio Dennis Conner (quattro volte vincitore dell’America’s Cup, nda)». E poi? «E poi farò questa stagione di regate con Leonardo Ferragamo sul suo Swan 50. Ho fatto la Giraglia, nel frattempo, e farò anche altre regate». Incluso quelle della Star, giusto? «Regaterò ancora in questa classe sul lago di Garda e poi mi fermerò sino al Mondiale, in programma a novembre”. Rifarà il Mondiale, dunque. «Ma certo, devo ben difendere il titolo». Si diverte ancora in barca? «Sì, mi diverto. Mi piace la competizione. Le barche mi piacciono, però è l'adrenalina, sono le decisioni, i rischi di una regata che mi appagano. E poi, mi piace lavorare in squadra: su My Song alla Giraglia eravamo in diciannove a bordo… In verità, sono fortunato perché lo sport è la mia passione e anche il mio lavoro». Ha cambiato il modo di andare in barca rispetto a quando era più giovane? «Sì. All’epoca ero molto, come dire, intenso. Lo sono ancora, ma in modo un po' più moderato. E forse per questo sto andando anche bene, perché la vela è un sport dove devi stare calmo, devi avere pazienza. Non sempre a un'azione corrisponde subito una reazione positiva o il risultato». Non bisogna essere sempre aggressivi? “No, non direi. Per esempio, quando ero giovane giocavo a football americano: uno sport molto bello dove se ti incavoli o sei frustrato vai in campo, dai una botta a qualcuno e ti scarichi. Nella vela non è così». Perché è tornato sulla Star? Doveva dimostrare qualcosa? «No. La Star è semplicemente la mia barca preferita. L'anno prossimo saranno cinquant'anni che corro con questa barca. Credo che l’abbia nel sangue questa classe e penso che sia anche la barca che mette di più alla prova la capacità dei velisti. La più completa». Può spiegare? «C'è la parte tecnica, con l'albero, le vele e tutto quello che ci vuole per navigare veloce. Poi, c'è la parte fisica, perché devi stare fuori alle cinghie. E c'è la parte mentale: avendo cento barche sulla linea di partenza, come l'anno scorso in Croazia, anche psicologicamente devi essere molto preparato, concentrato».