Forse è semplicemente destino. Oltre le divisioni, oltre i dubbi su chi sia davvero, oltre quei ritratti sovrapposti di vittima, colpevole, perseguitato, imbroglione. Forse è semplicemente destino che Alex Schwazer debba smarrirsi in un reticolo di tormenti, cadute fragorose e rinascite a volte illusorie, pregiudizi, lacrime, demoni. Un dramma shakespeariano adombrato dal doping. Non lotterà più, sostiene, mentre tanti sostenitori tentennano: la terza accusa è dirompente per il pregresso, al di là della naturale presunzione d’innocenza e della sua difesa accorata e stanca. Non ha pianto, stavolta. Ha sfiorato un moto di stizza, fissato il vuoto cercando le parole, ma gli occhi sono rimasti asciutti. Eppure il pianto è un filo che avvolge la vita e la carriera d’un ragazzo senza pace, in bilico tra gioie sportive ormai ricordi flebili e dolori per errori confessati e per altri mai ammessi.
Caso doping, Schwazer: "Chiederemo le controanalisi, ma solo alle nostre condizioni"
Alex pianse di gioia a Pechino, nel 2008, il suo zenit, quando la medaglia d’oro nella 50 chilometri di marcia lo trasformò in un’icona dell’atletica azzurra. Conquistò l’Italia con la sua semplicità e la sua bravura, planò pure sulle cronache rosa per il fidanzamento con la pattinatrice Carolina Kostner: giovani, belli e campioni, una fiaba perfetta, eppure quel destino in agguato per prima cosa si accanì su di loro. Alla vigilia di Londra 2012 lo trovarono positivo all’Epo, la stessa sostanza per la quale è accusato oggi, e quel primo scandalo travolse anche lei, squalificata con l’accusa d’averlo coperto. Pianse di nuovo, Alex, quando gli fu contestata la positività. Pianse confessando «un grande errore», svelando «d’aver fatto tutto da solo», giurando di convivere con i sensi di colpa e di essere quasi sollevato per non dover più mentire». Lo aveva fatto anche con Carolina, la fiducia e l’amore finirono in frantumi. Scontata la squalifica scelse di ripartire, si affidò a Sandro Donati, allenatore simbolo della lotta al doping per inseguire il sogno Rio 2016. Poco prima, invece, piombò la seconda accusa, ma stavolta urlò l’innocenza con forza, s’immerse in un contenzioso infinito tra giustizia ordinaria e sportiva, lui contro la Wada, ostinato come ostinati s’addensavano i sospetti, convinto come convinti si sentivano gli innocentisti. Fabbricò nuovi sogni, l’ultimo si infranse prima di Parigi 2024 con un ricorso respinto dal Tas. Pagato anche il secondo debito, postò una foto con i figli: «Oggi scade il termine della ingiusta squalifica che ho dovuto scontare per intero. Mi auguro che a nessun atleta venga mai riservato il trattamento che ho dovuto subire in tutti questi otto anni per difendere e tutelare il mio onore e la mia dignità, per provare la mia innocenza, per cercare di ottenere giustizia e per dimostrare la verità».












