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Gaia Piccardi

L'ossessione per il risultato, la gita della maturità saltata, il «suicidio sportivo» e la conferenza stampa: le tappe di Alex Schwazer

Faceva un caldo da squagliare le suole quel 22 agosto 2008 a Pechino, un venerdì. Dal labirinto d’afa dell’Olimpiade, dopo tre ore, trentasette minuti e sei secondi di sopportazione da fachiro, uscì ancheggiante un italiano biondo noto solo agli appassionati di un esercizio masochistico chiamato 50 km di marcia. Pianse come un bambino tra le braccia del coach dell’epoca, Sandro Damilano. Indicò il braccialetto ricevuto in dono dalla fidanzata, la pattinatrice Carolina Kostner. Con Alex Schwazer da Calice di Racines, altoatesino di confine come Jannik Sinner, l’Italia conquistava l’oro olimpico 44 anni dopo Abdon Pamich. Fu impossibile non innamorarsene.

Oggi che per credere alla sua innocenza davanti alla terza positività al doping in 14 anni (epo, testosterone, epo) serve una fede cieca nel culto pagano di Schwazer, è facile dire che Alex marciava sul filo della follia già allora, costringendosi a ritiri punitivi o macerandosi di allenamenti da solo sulle sue montagne sotto gli occhi di mamma Marie Louise, bidella, e papà Michael, macellaio, preoccupati per la tenuta psichica, più che fisica, di quel figlio sottile come il fil di ferro, ossessionato dal risultato: «Non ha avuto la vita normale dei ragazzi della sua età: non è mai uscito, niente feste — raccontavano —. Ha rinunciato perfino alla gita della maturità perché si avvicinava una gara. Cose che si fanno una sola volta nella vita, anni che non ritornano. Viveva per l’ atletica». Il primo doping, da reo confesso, fu un atto di autolesionismo che gli psicologi dello sport definiscono «suicidio sportivo». L’appuntamento con i Giochi di Londra 2012, dove avrebbe dovuto confermare l’oro di Pechino, gli toglieva il sonno: 220 chilometri a settimana, 900 al mese, marciati con un talento fuori dal comune, non erano bastati a infondergli sicurezza. Alex volò in Turchia, ad Antalya, pagò l’epo 1.500 euro in una farmacia della città, lo trasportò nella borsa frigo dei picnic. Una pazzia pagata carissima. Trovato positivo a un controllo a sorpresa, incassa tre anni e nove mesi di squalifica. Intossicata dal veleno di quel doping, muore anche la relazione con Carolina, a cui Schwazer chiede di mentire per amore all’ispettore della Wada, l’agenzia mondiale antidoping, che lo cerca. La sventurata rispose: «Alex non è qui». Per questa bugia, Kostner verrà punita con un anno e quattro mesi di dolorosa lontananza dal ghiaccio.