Il tempo di Alex Schwazer dice che sarebbe ancora competitivo. L’evidenza dei fatti successivi, invece, raccontano altro. E così il marciatore altoatesino, capace il 26 aprile scorso di firmare a Kelsterbach il nuovo record italiano sulla distanza della maratona con 3h01’55”, terza prestazione mondiale stagionale, non farà parte della squadra azzurra per gli Europei di Birmingham. Fuori tempo massimo, oltre il limite del 12 aprile fissato per ottenere la qualificazione. Tutto formalmente corretto, tutto difficilmente contestabile, ma quello che resta, ancora una volta, è una sensazione più profonda: che per Schwazer non esista davvero la possibilità di ripartire.

Perché Schwazer ha sbagliato, eccome se ha sbagliato. Lo ha ammesso lui stesso anni fa, pagando un prezzo enorme per il doping che gli costò la carriera dopo l’oro olimpico di Pechino 2008, ma c’è una linea sottile che divide la punizione dall’ergastolo sportivo, e la sensazione è che nel suo caso quella linea sia stata superata da tempo. Lui non polemizza.

«La Federazione vuole portare i primi tre italiani classificati alla Coppa del mondo, è una scelta che rispetto», ha spiegato all’Ansa dopo la telefonata del direttore tecnico Antonio La Torre. Parole rassegnate, di chi probabilmente ha capito da tempo che per lui ogni traguardo dovrà essere doppio: sportivo e umano. E allora inevitabilmente torna in mente Rio 2016. Una delle immagini più dure dello sport italiano degli ultimi anni. Schwazer da solo, lungo la spiaggia di Copacabana, ad allenarsi aspettando fino all’ultimo un via libera che non arrivò mai. Umiliato pubblicamente da una nuova positività al testosterone che poi, negli anni successivi, sarebbe stata travolta da dubbi, perizie e da una vicenda giudiziaria che parlò apertamente di provette manipolate.