Il protagonista dell’intrigante, ultimo romanzo di Alberto Pezzini, Singhiozzi blues (d’altro canto il blues è sofferenza, e quale sofferenza più universale del singhiozzo?) non essendo vocato all’arte del ricamare, il lontano giorno in cui avrebbe dovuto decidere del proprio futuro, aveva scelto di abbracciare l’arte di Ippocrate. Vulgo, diventare medico. Una voglia stimolata dalla lettura di Mario Tobino, un medico capace di scrivere le cartelle cliniche come racconti.

Quello del dottore è mestiere rispettabile, per carità, ma cavallo che non vuol briglia, quindici giorni, quattordici miglia. E così Gianni Prati (questo il nome del protagonista), a un certo punto della propria esistenza, siccome amante dell’avventura, dei libri e delle storie, decide di smettere il camice e di diventare libraio di volumi antichi e preziosi e, per ciò stesso, rari. Il Nostro vive in una località di mare dove si dipana il suo percorso esistenziale, fisico e metafisico, punteggiato di cambiamenti e crossroads interiori e no. Una vita di provincia con tutto ciò che una dimensione antropologica del genere contempla.

Gianni è stato a lungo a fianco di una donna, Giulia, cui ha voluto un bene dell’anima. Ella, tuttavia, ha precocemente oltrepassato il limitar di Dite, senza per ciò stesso e verosimilmente finire all’inferno. Della scomparsa prematura di Giulia, Gianni, nonostante le numerose donne che entreranno nella sua vita, non s’è mai dato pace.