di

Cesare Zapperi

Alle primarie leghiste per la scelta del candidato sindaco del centrodestra la vicesegretaria è arrivata seconda. Le sue sparate e le battute a vuoto

Silvia Sardone può essere tranquillamente definita, senza che si arrabbi (il carattere è fumantino), una protovannacciana. Nel senso che lei era sulle posizioni del generale ben prima che lo stesso calcasse il palcoscenico della politica. L’approdo di Roberto Vannacci nella Lega è stato una sorta di ricongiungimento ideale. E infatti, come non ricordarli sul prato di Pontida, nel settembre scorso, accomunati dal seggio a Bruxelles e dal ruolo di vicesegretario, mentre scaldavano la folla al grido «Re-mi-gra-zio-ne»? Lei con quel pizzico di brutalità in più rispetto al militare in pensione abituato a mantenere comunque un certo bon ton nel linguaggio pubblico. «Non voglio che gli uomini e le donne di Pontida vengano sostituiti da quattro “mao-mao” con la barba lunga» l’intemerata di Sardone offerta alla platea in delirio.

In fondo, quella era una uscita edulcorata rispetto a quando, in diverse occasioni, la pasionaria leghista ha tacciato le donne islamiche di vestirsi con «un sacco della spazzatura», scatenando violentissime polemiche, attacchi e minacce via social che hanno imposto una scorta a tutela della sicurezza sua e dei suoi due figli. Ma Sardone è fatta così. Milanese, 43 anni (nata nel giorno di Natale), laureata in Giurisprudenza alla Bocconi e con un master in Business administration al Politecnico, ha capito ben presto che stare chiusa in un ufficio non era il suo pane.