Che cosa vedremmo se guardassimo il confine stando dall’altra parte?, si chiedeva l’antropologo Shahram Khosravi. A questa domanda prova a rispondere Filippo Torre, ricercatore all’Università di Genova, nel volume Bruciare le frontiere. Rotte, confini e solidarietà della migrazione marocchina in Europa (Meltemi, pp. 264, euro 20).

In un momento in cui il dibattito pubblico tende a rappresentare i cosiddetti movimenti da un Paese europeo a un altro come un problema da contenere, Torre sceglie di partire dalle esperienze di chi quei movimenti li vive ogni giorno. Il volume segue le traiettorie di giovani migranti marocchini, gli harraga – irregolari e, talvolta, anche passeur secondo il dialetto marocchino – incontrati in tre rifugi solidali tra Oulx, Cesana e Briançon, lungo il confine tra Italia e Francia. Sono per lo più uomini sotto i trent’anni, spesso senza documenti, che, appunto, «bruciano le frontiere».

LO FANNO IN DUE MODI: attraversando ripetutamente il confine tra Italia e Francia, sfidando norme e controlli che limitano la mobilità, e bruciando, in senso simbolico e materiale, il passaporto per nascondere la propria origine e rendere più difficile l’espulsione. Non si tratta di viaggi lineari né di percorsi che portano necessariamente verso i Paesi più ricchi del Nord. Al contrario, emerge una mobilità frammentata e discontinua, fatta di tentativi, ritorni, deviazioni. Una mobilità che non è casuale, ma risponde a bisogni concreti, giostrandosi tra vincoli e opportunità: evitare controlli, raggiungere amici o conoscenti, cercare condizioni di vita migliori.