Venerdì 12 giugno è stata approvata la convenzione numero 193 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) avente ad oggetto la tutela di chi lavora tramite piattaforme digitali.
Com’è noto, si tratta di un fenomeno molto esteso ovunque e in crescita esponenziale che non riguarda solo i riders, i più “visibili” in questo settore dell’economia anche a causa delle condizioni di lavoro al limite dello sfruttamento nelle quali spesso si trovano, com’è dimostrato dalle inchieste della procura di Milano sul “caporalato digitale”. La platform economy ha un ambito ormai vastissimo e sempre più in espansione, che va dal settore bancario a quello della cura delle persone, solo per fare qualche esempio noto in Italia; tuttavia, fuori dal nostro continente, il fenomeno raggiunge livelli estremamente preoccupanti per le condizioni indecenti di lavoro alle quali sono sottoposte molte persone che svolgono mansioni, ad esempio, collegate ai social media.
Si pensi ai content moderators, obbligati per giornate intere a guardare video porno e di violenza per evitare che vengano pubblicati sulle piattaforme che usiamo quotidianamente.
La gravità di queste condizioni di lavoro ha necessitato di una regolazione urgente a livello internazionale perché le piattaforme, che spesso hanno le sedi sociali nei paesi più industrializzati, assumono direttamente o tramite intermediari persone che risiedono in continenti diversi, nei quali spesso mancano regole per limitare gli effetti distorsivi determinati dagli algoritmi, anche a causa del fatto che le piattaforme tendono ad assumere sempre con contratti di lavoro autonomo, in moltissimi casi fasulli, evitando così di applicare anche le tutele minime del diritto del lavoro.










