Con il decreto Primo maggio il governo ha annunciato una svolta nella tutela dei lavoratori delle piattaforme digitali. Nuove regole sulla qualificazione dei contratti, obblighi di trasparenza sugli algoritmi, lotta alla cessione illegale degli account: sulla carta, una rivoluzione. Nella pratica, secondo chi lavora ogni giorno contro lo sfruttamento da parte delle piattaforme, si tratta soprattutto di un riassunto di norme già in vigore ma che finora non hanno garantito tutele. «Dopo tutte le evidenze di grave sfruttamento, di contributi non versati, paghe da fame, dispositivi di sicurezza mai forniti, dopo dieci anni di lotte e denunce, questo decreto non agisce in modo determinante, ma fa tanto rumore per un sussurro - dice l’avvocata Giulia Druetta, che da anni segue cause a difesa dei rider -. È una riorganizzazione di diritti e obblighi già esistenti e già sistematicamente ignorate».
Il testo e la subordinazione
Il cuore del provvedimento è l’articolo 12, che stabilisce come debba essere qualificato il rapporto tra le piattaforme e i loro operatori. La norma stabilisce che quando una piattaforma esercita poteri di organizzazione o controllo - anche attraverso un algoritmo - il rapporto si presume subordinato, salvo prova contraria. In altre parole, tocca all’azienda dimostrare che il rider è davvero autonomo, e non il contrario.













