L’appalto da 6,9 milioni per la gestione dell’illuminazione pubblica a San Ferdinando di Puglia è stato gestito dal Comune senza chiedere all’aggiudicatario il rispetto degli obblighi contrattuali ed erogando risorse in quantità superiore rispetto al dovuto. È quando ritiene l’Autorità nazionale anticorruzione, che con una delibera ha chiesto alla società e all’amministrazione di mettere in atto i correttivi necessari.
Tutto parte dalla segnalazione di un consigliere comunale di minoranza che ha sollevato il caso dell’affidamento per 15 anni (459mila euro l’anno): sulla carta ci sarebbe dovuto essere l’efficientamento dell’impianto per la riduzione del consumo di energia elettrica, ma nel caso specifico il risultato sarebbe stato un servizio non adeguato con l’abbassamento dell’illuminazione: nella piazza principale del paese è stato necessario installare due fari aggiuntivi perché «i corpi illuminanti assomigliano a lampade votive da camposanto».
L’Anac ha quindi avviato una istruttoria da cui è emersa da un lato «l’inottemperanza del concessionario agli obblighi assunti con la formulazione dell’offerta», dall’altro «la condotta omissiva da parte degli organi tecnici della stazione appaltante riguardo ai compiti istituzionali di vigilanza sulla conformità del servizio e di contabilizzazione delle attività contrattuali». Insomma: il Comune non ha mai controllato ciò che veniva fatto, eppure ha regolamente pagato le rate trimestrali del corrispettivo «che pure in base al contratto era subordinato alla verifica della quantità e qualità delle prestazioni tramite il sistema di monitoraggio». Peraltro, nota l’Anac nel provvedimento, le criticità sollevate dall’opposizione («l’assenza del sistema di telecontrollo, l’assenza di verifiche illuminotecniche e la superficialità nella gestione amministrativa dei pagamenti») sarebbero state confermate anche dalle dichiarazioni rese dal sindaco in Consiglio comunale. Solo a marzo, dopo l’avvio dell’istruttoria, il Comune ha cominciato a utilizzare il sistema di monitoraggio e sono emerse le irregolarità. Solo che, nota l’Anac, «la penale da applicare dopo circa otto anni (2.978 giorni) supererebbe largamente il 10% del valore del canone (46.000 Euro), integrando così i presupposti per la risoluzione automatica del contratto».










