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Caro Direttore, comincio con il ringraziarla per questa opportunità. Non scrivo una lettera da molto. L'ultima che ho scritto risale a tanti anni fa: fu una lettera d'amore a quella che poi è diventata mia moglie. E anche questa è una lettera d'amore, rivolta a una squadra e a un mondo, quello della Lazio, che oggi sta soffrendo, e tanto. Nella prima parte scrivo da appassionato e tifoso di una squadra che ho conosciuto da bambino, verso la fine degli anni ’70 e l'inizio degli anni ’80, grazie a mio padre. Mi ha portato allo stadio in anni difficili, quando le soddisfazioni erano poche e i grandi calciatori ancora meno. Eppure, in campo davano sempre tutto e i tifosi erano costantemente presenti. La passione era forte e la voglia di essere laziali superava tutto. Ricordo che papà era felice di seguire la Lazio, e quella felicità era contagiosa. La domenica, prima di partire, ascoltavamo l'inno e poi, con la bandiera, ci avviavamo allo stadio. Con noi in macchina veniva sempre Silvano, un amico non vedente. Diceva di venire a vedere la sua Lazio. Era una persona stupenda, profondamente laziale. Erano anni incredibili: si vinceva, si perdeva, si retrocedeva, ma allo stadio il popolo laziale era sempre presente.






