È tutta una questione di armi e soldi. Quelli che Donald Trump vuole che l’Italia spenda. Quelli che Giorgia Meloni non ha (più) da spendere. In estrema sintesi, la lite tra il presidente americano e la premier italiana è tutta qua. Ed è una lite che avrà il suo showdown al vertice Nato del 6 e 7 luglio ad Ankara, in Turchia. Quando si tireranno le fila di ciò che fu deciso giusto un anno fa, nell’analogo vertice dell’Aja. In cui l’Italia si impegnò, come quasi tutti, a portare la propria spesa militare al 5% del prodotto interno lordo, quasi tre volte i livelli di oggi. Sembra passato un secolo, ma non è nemmeno passato un anno. Allora, della guerra in Iran non c’era nemmeno l’ombra, Trump e Netanyahu erano due amiconi dell’Italia di Giorgia Meloni e la nostra premier era ancora il “ponte” tra il presidente Usa e i recalcitranti alleati europei. Soprattutto, allora, i conti ancora tornavano, il governo italiano dava per certa l’uscita dalla procedura d’infrazione e la possibilità di accedere alle linee di finanziamento agevolate europee per spendere capitali in armamenti senza intaccare il deficit di bilancio. Anche le prospettive elettorali, un anno fa, erano ottime, per Giorgia Meloni. Le piazze non si erano ancora mobilitate per Gaza, il referendum sembrava una formalità, Roberto Vannacci era stato parcheggiato a Bruxelles dalla Lega e i sondaggi preconizzavano una rielezione tutto sommato tranquilla. Oggi, le prospettive si sono ribaltate. Il governo ha sbagliato i conti e non è uscito dalla procedura d’infrazione. I soldi facili per le armi non ci sono più. E nel frattempo Trump ha attaccato l’Iran, mettendo in crisi l’economia italiana, una delle più esposte e vulnerabili alle crisi energetiche. Non bastasse, Meloni è pure in crisi nei sondaggi e ha perso il referendum anche a causa dell’impopolarità di Trump e Netanyahu. In altre parole: non ha più soldi da spendere in armi e non può più fare la portavoce della Casa Bianca in Europa, se vuole avere speranze di vincere le elezioni. Ecco perché Trump è arrabbiato con lei. Perché sa benissimo che la stessa Meloni che un anno fa era al suo fianco all’Aja, sarà la sua spina nel fianco ad Ankara. Che sarà lei, per necessità e opportunità, a guidare la fronda europea contro l’aumento delle spese militari. Spese militari europee che per Trump sono fondamentali sia per disimpegnarsi dalla difesa del fianco orientale del Vecchio Continente, sia per riequilibrare la bilancia commerciale con l’altra sponda dell’Atlantico. Quella che da fuori sembra una lite, in realtà non è che una trattativa. Trump vuole che l’Italia e l’Europa spendano in armi, Meloni vuole rimangiarsi la promessa di un anno fa perché non ha più i soldi per farlo. Da qui al 7 luglio saranno botte da orbi, perché questo è l’unico modo che Trump conosce per spuntarla sulla controparte: mettere quanta più pressione possibile e minacciare oltre ogni misura. È quella mad man theory, la diplomazia del pazzo che tanto piaceva alla destra italiana fino a qualche mese fa. E che adesso le si è ritorta contro come un boomerang. Appuntamento al 7 luglio ad Ankara, quindi. Fino ad allora, allacciate le cinture che si ballerà parecchio.
Cosa c’è davvero in ballo tra Trump e Meloni: armi e soldi, altro che un selfie
Un consiglio: se vi appassiona lo scontro tra Trump e Meloni, fate un bel cerchio rosso sul calendario attorno al 7 luglio











