Per capire quanto è cambiato il mondo basta guardare i tre numeri al centro della trasferta del Ministro della Difesa italiana, Guido Crosetto, a Washington di qualche giorno fa, e cioè il 5 per cento del PIL che gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035, deciso al vertice dell'Aia poco più di un anno fa, il 2,8 per cento con cui l'Italia si presenterà ai tavoli del 2026, e i circa 30 mila soldati americani nelle basi sul nostro territorio, che restano la vera moneta di scambio di ogni trattativa atlantica, in quella che a Washington chiamano già NATO 3.0.

Dietro questi numeri c'è una guerra.

Quella esplosa a fine febbraio nel Golfo, che proprio in questi giorni sembra andarsi a chiudere con un memorandum firmato solo digitalmente, la revoca del blocco navale americano e la riapertura, ancora da sminare, dello Stretto di Hormuz.

Una tregua fragile, perché sul nucleare e sul fronte libanese resta tutto da costruire, per un conflitto che per mesi, con il petrolio tornato a far paura, ha ricordato a tutti che la sicurezza ha un prezzo.

Non a caso l'Italia, che insieme a Francia, Germania e Regno Unito ha elogiato l'intesa, si è detta pronta a contribuire con le proprie navi per tenere aperto quel passaggio, una volta avuto il via libera del Parlamento.