Il 2025 passerà agli annali: la spesa militare mondiale ha toccato i 2.887 miliardi di dollari, +2,9% in termini reali. Un record «storico». Ad Ankara, oggi ultimo giorno del vertice Nato, i 31 alleati devono dimostrare a Washington di essere sulla buona strada per portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Soglia che, paradossalmente, gli stessi Stati uniti non raggiungono: sono fermi al 3,19%.
MENTRE TRUMP come un disco rotto scrive sul suo social Truth che gli Usa pagano per proteggere tutti «senza alcun vantaggio», sei alleati la superano già: Polonia (4,48%), Lituania (4%), Lettonia (3,73%), Estonia (3,38%), Norvegia (3,35%) e Danimarca (3,22%). Il 2026 è comunque il primo anno in cui tutti i 32 membri hanno centrato almeno il 2%, obiettivo originario poi alzato unilateralmente da Trump all’attuale 5%.
E l’Italia? Qui la storia si complica. Il segretario generale della Nato Mark Rutte certifica per Roma un 2,01% (oltre 45 miliardi di euro). Ma l’Osservatorio Mil€x, applicando la metodologia “pura” – la stessa che la Nato usa includendo personale, esercizio e armamenti – parla di appena l’1,46%, circa 33,9 miliardi. Includendo i costi indiretti si arriva all’1,51%, comunque lontanissimo dal dato ufficiale. «Per un obiettivo politico come il 5%, senza alcun trattato che lo imponga, la Nato sta dando numeri fittizi, in un certo senso inventati», denuncia al manifesto Francesco Vignarca di Mil€x. Il problema, aggiunge, è anche di tempistica: «Se vuoi aumentare la spesa in poco tempo puoi solo comprare armi. Non puoi arruolare 50mila persone dall’oggi al domani, non riesci a costruire basi in un anno».







