Mancinelli

"La migliore pasta è quella al pomodoro: pochi ingredienti, eseguita perfettamente", afferma Raf Simons, co-direttore creativo di Prada insieme con la “Signora” milanese per eccellenza, Miuccia Prada. La collezione per la prossima primavera-estate comincia da questa piccola teologia: pochi elementi, nessuna indulgenza, realizzazione impeccabile. "Volevamo essere estremamente chiari", gli fa eco lei.

La chiarezza, qui, è concentrazione: un capo, una linea, una decisione. La silhouette si allunga e si restringe, verticale come un punto esclamativo senza enfasi: fragile in apparenza, in realtà implacabile. 50 pantaloni quasi uguali non sono una ripetizione, ma una messa a fuoco. "Le giacche di denim prendono il posto delle camicie, entrano sotto altre giacche, si uniscono con i jeans e diventano i nuovi abiti", afferma Miuccia. Non sono elevati a classici, categoria rassicurante, ma sottratti alla propria biografia: il denim non appartiene più alla strada, al lavoro, alla nostalgia americana. È materia mentale. Una superficie su cui Prada cambia la gerarchia degli abiti: non ripetizione, ma insistenza deliberata.

"Rifiutiamo la complicazione", assicura lei: anche qui, nessuna devozione al minimalismo perché la reiterazione non elimina il pensiero, lo comprime per farlo comprendere meglio. "Fare qualcosa con pochissimi elementi è molto più difficile che ricorrere a sperimentazioni e decori: significa fare il meglio con pochissimo". La moda non nasce dall’accumulo, ma dalla pressione esercitata su una sola idea finché quell’idea cambia temperatura. "Volevamo freschezza, attitudine, attenzione", conclude Miuccia. Prada non propone un guardaroba facile, ma un guardaroba esatto. Non promette eternità, non celebra il classico, non consola. La collezione non riduce la complessità del presente, elimina gli artifici con cui si tenta di mascherarlo. "Signora Miuccia, crede ancora nella moda?". "Io sì, ma solo se ha un significato".