«La cosa più importante per noi era cercare un cambio di tono: da aggressivo e potente a gentile, calmo, umano» dice Miuccia Prada esprimendo il sentire suo e di Raf Simons, co-direttore creativo, alla fine della sfilata Prada.

L’abbattimento delle sovrastrutture, la reductio ad un unum inseguendo l’impulso invece del raziocinio è l’intento che pervade tutta la prova: impossibile e reso ancor più struggente dal fatto che lo smantellamento di significato e potere, a guardar bene, non si realizza appieno o non si verifica affatto, ma riverbera ovunque con l’energia compressa di un desiderio incompiuto - che lo si voglia o meno, la moda è una messa in scena altamente pensata, soprattutto a quest’altezza dello spettro, dove un procedere laboratoriale e fabbricato insiste senza tregua. Tutto è nudo: il set non esiste proprio, sicché lo stanzone vuoto del Deposito della Fondazione Prada è vestito solo di enormi tappeti lobati di moquette, astrazioni di fiori tra kindergarten e salle de bain. Le note di collezione sono ridotte ad una mitragliata di frasi lapidarie, tra le quali spiccano «illimitate combinazioni di elementi/ semplice spensieratezza / luoghi immaginari». I vestiti, in fine, hanno linee scarne ed essenziali, oppure archetipiche come la tuta di acetato e il soprabito, e tendono sempre decisamente all’infantile, con le camicie che si allungano come grembiulini, i pantaloni che si accorciano come pagliaccetti, e il distinguo tra maschile e femminile illanguidito in posizione prepuberale. Su tutto, cappelli di paglia laccata e in mano zaini da trekking per momenti di immersione nella natura. Il desiderio di andare controcorrente, di evitare le pose competitive è lodevole, ma si traduce ancora una volta in una sorta di algido infantilismo che è in qualche modo contrario all’urgenza iniziale. Sarebbe interessante, nell’idea del cambio di tono, assistere ad un vero scarto di passo, ad una rottura della formula, altrimenti sono parole nel vuoto e reiterazione del noto.