Dopo mesi di vaticini, previsioni e predizioni, la stagione del radicale cambiamento modaiolo finalmente comincia a Milano con un effetto domino di traslazioni identitarie più che un bombastico reset. È questa l’aria dei tempi: inutile leggerli attraverso paradigmi ormai obsoleti, o l’ossessione insensata per il nuovo. L’idea, del resto, che un diverso direttore creativo debba fare piazza pulita di tutto quel che c’è stato prima, è a conti fatti una sola delle scelte possibili, sovente la più utopistica e non sempre la più efficace.
Il debutto del re Mida Demna da Gucci, ad esempio, pur nella crudezza espressionista del segno stilistico che è la sigla universalmente riconosciuta di questo autore, è strettamente imparentato tanto con il recente lavoro di Alessandro Michele – immaginare personaggi, poi vestirli – quanto, in materia di forme, con l’eredità più lontana ma sempre rilevante di Tom Ford – uomo e donna discinti, ma algidi – oltre naturalmente a ricordare, mutati codici e archetipi, aggiunti GG e morsetti, il suo stesso operato presso Balenciaga, il cui comando ha lasciato proprio all’inizio dell’estate. Tempo brevissimo per uscire dalla crisalide del passato.
In effetti, il debutto è una visione in nuce - ma chiarissima, perfetta per il pubblico di riferimento - affidata ad un esilarante film corto, intitolato “The Tiger”, diretto dal premio Oscar Spike Jonze insieme a Halina Reijn, interpretato da Demi Moore, Edward Norton, Ed Harris, mentre per la sfilata bisognerà attendere la prossima stagione. La sorpresa della prima, almeno in termini di contenuto moda, è a tutti gli effetti azzerata dal rilascio, già lunedì, del sardonico lookbook della collezione: una galleria di tipi italiani raccolti sotto l’idea de La Famiglia e introdotti dall’archetipo, il baule.










